La cultura artistica ad Asti nella seconda metà del Quattrocento è influenzata da quella lombarda tramite legami politici con i duchi di Milano e da quella ligure per contatti e commerci dei banchieri astigiani con Genova.
Asti è domino degli Sforza dal 1431 al 1447, anno in cui Carlo d’Orléans ottenne la restituzione della contea astigiana.
I legami con Pavia sono evidenti negli stalli corali del Duomo, recanti la data 1477, opera della bottega di Baldino di Surso (oggi in deposito presso il Museo Civico di Palazzi Mazzetti, ma destinati al Museo di San Giovanni), mentre è a Cremona che Gandolfino commissiona le cornici per i suoi dipinti. A questi centri si indirizza la committenza per dipinti e arredi dei Certosini, presenti nel complesso conventuale di Valmanera (1387) e dei Canonici del Duomo che affidano all’orafo cremonese Giovanni Antonio Feta l’esecuzione della croce processionale datata 1505 (Tesoro della Cattedrale di Santa Maria Assunta). Tra i committenti di prestigio figurano anche alcune nobili famiglie astigiane, tra cui i Malabaila che, all’inizio del Cinquecento, ristrutturano la cappella gentilizia del Duomo, dotandola del Compianto sul Cristo morto, ed il palazzo di via Mazzini.
Tra gli ultimi decenni del sec. XV e per tutto il secolo successivo sono numerosi gli ordini monastici che fondano o rinnovano le proprie sedi conventuali: i Canonici Lateranensi di Sant’Agostino, i Minori Osservanti, i Francescani, i Cappuccini.
Nel 1494, anno della calata in Italia del re di Francia Carlo VIII, è in Asti Luigi d’Orléans, che vi tornerà l’anno successivo dopo la battaglia di Fornovo. Il 1507 vede l’arrivo ad Asti di Luigi XII, ospitato nel palazzo Malabaila, mentre nel 1512 la città diventa dominio del marchese di Monferrato Guglielmo IX. L’anno seguente Asti è occupata dalle truppe di Massimiliano Sforza.
La città è nuovamente dominio francese nel 1515, dopo la battaglia di Marignano vinta da Francesco I, ed è possesso dell’imperatore Carlo V d’Asburgo dopo la battaglia di Pavia (1525). Nel 1526 le truppe di Carlo V di Spagna assediano Asti, ma sono respinte dagli Astigiani comandati da Matteo Prandone. Dopo il trattato di Cambrai la città è ceduta dai francesi al sovrano spagnolo. Con diploma del 1531, la contea di Asti è concessa in feudo a Beatrice del Portogallo, cognata di Carlo V e moglie del duca Carlo II di Savoia.
Architettura e ornamento ad Asti tra Quattro e Cinquecento
La terracotta lavorata
La terracotta lavorata o petracocta ha un ruolo fondamentale nella tecnica edilizia del pieno Quattrocento, anche se oggi a testimoniarlo sono soprattutto le integrazioni al cantiere della Cattedrale e le ristrutturazioni di edifici intorno ad essa e parti della Collegiata di San Secondo.
GANDOLFINO DA RORETO
La bottega dei De Roreto (Gandolfino e il padre Giovanni del quale non rimangono testimonianze figurative) risulta dalle fonti attiva per tutto il secolo XV. Il polittico per la chiesa di San Francesco di Alba (Torino, Galleria Sabauda), prima opera nota del pittore datata 1493, è collegabile alla pittura ligure del secondo Quattrocento e, in particolare, al nizzardo Ludovico Brea (luce tersa che definisce i colori e scolpisce gli incarnati).
E’ verosimile la frequentazione del pittore astese della costa ligure e soprattutto di Genova, dove operano Lorenzo Fasolo e Luca Baudo di Novara, entrambi in contatto con Ludovico Brea e divulgatori delle novità della pittura lombarda. In Liguria è prsente un altro lombardo, Vincenzo Foppa, come documentano le pale di Savona e Taggia. Ma è soprattutto la presenza di Boccaccio Boccaccino di Cremona ad influenzare Gandolfino che, nei dipinti della fine del secolo, è chiaramente orientato verso la cultura lombarda di ambito classicista. Nella Madonna già nella collezione Wharton e nella pala di Santa Maria Nuova di Asti si osserva l’uso di moduli architettonici di radice bramantesca, con evidenti influssi leonardeschi, emiliani e veneti. Nelle grandi pale della maturità, la resa luminosa degli incarnati e quella dei tessuti preziosi denotano l’attenzione di Gandolfino alle fonti milanesi e ai contemporanei esempi fiamminghi
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