La fonte principale della ricchezza cittadina era stata, lo si è detto, la vocazione al commercio.
Già attestata nell’alto Medioevo e confermata da più concessioni imperiali, essa si sviluppò certamente anche grazie alla collocazione geografica favorevole, a metà strada fra i porti del Mediterraneo – Genova in particolare – e i frequentati mercati d’Oltralpe, ma soprattutto per l’abilità degli astigiani di far propria la funzione di affidabili e qualificati intermediari commerciali, prima, e finanziari, poi.
Centri commerciali determinanti per l’economia occidentali, Asti e Genova soffrono, nei primi decenni del XII secolo, la progressiva svalutazione della moneta di Pavia, abitualmente usata negli scambi. Diventa evidente, quindi, la necessità di una moneta propria. I due Comuni, perché ormai l’ente che rappresenta gli interessi dei mercanti è il Comune, la ottengono a poca distanza l’uno dall’altro. Corrado III riconosce lo ius monete a Genova nel 1138 e, nel 1141, dona ad Asti analogo diritto “di fare moneta”.
Con la certezza di un denaro – questo era il nome della moneta astese- forte, i traffici degli astigiani, lungo la rotta Genova-Oltralpe, si intensificano ancora di più.
Le mercanzie e il denaro astesi arrivano in tutte le fiere d’Europa, dalla Borgogna alla Champagne fino in Francia, e da qui, poi, ai Paesi Bassi, alla Germania, alla Svizzera, con presenze anche in Spagna e in Inghilterra.
Le fiere, infatti, dove si commerciavano articoli di ogni genere, furono il banco di prova per sperimentare nel campo del credito nuove soluzioni che diedero origine ad un vero e proprio mercato del denaro.
Nel primo ventennio del secolo XIII, i mercanti astigiani si resero conto che il commercio più lucroso era proprio quello del denaro contante, merce rara nel Medioevo per l’esigua disponibilità di argento. Era però altrettanto importante ottenere la concessione di autorizzazione all’attività svolta da parte dell’autorità politica per superare il ruolo del detestato “usuraio selvaggio”.
La prima autorizzazione è del 1225 e gli astigiani la ottengono dal re di Francia, Luigi VIII.
Da questo momento in poi l’attività finanziaria dei “Lombardi”, così detti in quanto Asti era considerata geograficamente appartenente alla Longobardia-Lombardia, si diffuse a macchia d’olio in tutt’Europa, dovunque era necessario il ricorso ad una fonte sicura di finanziamento.
I tassi d’interesse praticati, mediamente intorno al 40% su percentuale annua, garantivano ai Lombardi profitti decisamente superiori a quelli ricavati con il commercio e la consistenza dei prestiti effettuati, a singoli cittadini, a signori locali, a re e a papi, testimonia le ingenti ricchezze accumulate.
Queste stesse famiglie in città proseguirono una impetuosa ascesa sociale, irrompendo nella vita politica attiva con sempre maggiore assiduità e in posizioni di sempre maggiore rilievo e strutturandosi formalmente in hospicia, clan parentelari-consortili nati dalla fusione di gruppi uniti sul piano economico in società finanziarie.
Solaro, Cacherano, Pelletta, Roero, Lajolo, Asinari, Guttuari, Isnardi, Turco, Pallido, Buneo, Scarampi, Alfieri, Malabaila, si contendono, in società o singolarmente, i mercati d’Europa e il dominio in città.
Fino a tutto il Duecento il Comune non sembra risentire di questa concorrenza economica e politica tra le famiglie, anzi è evidente il beneficio derivante alla città dai guadagni incassati dagli uomini d’affari astigiani.
Sul finire del secolo il cronista astigiano Ogerio Alfieri, nel tessere l’elogio del potente comune che dominava gran parte del Piemonte meridionale, annotava che il valore patrimoniale dichiarato a catasto dai contribuenti di Asti ammontava a circa mezzo milione in lire di beni immobiliari, mentre i capitali mobiliari dei cittadini raggiungevano nel Registrum o catasto dei capitali mobiliari la cifra straordinaria di oltre due milioni di lire (salvo pluri).
Il Comune raggiunse, tra fine del secolo XIII e l’inizio di quello successivo, l’apice del suo splendore, intorno alla città venne costruita un’imponente cinta muraria, le famiglie nobili costruirono palazzi maestosi e innalzarono torri a simbolo della loro potenza economica e militare. Nel corso di poco più di un secolo Asti era divenuta tanto ricca e splendida da essere, essa stessa, nota in tutta Europa.
Pochi decenni più tardi, nel 1311 alla discesa in Italia di Enrico VII, nonostante contasse su una popolazione di soli 12.000 abitanti, Asti si collocava economicamente all’ottavo posto dopo le ricche e popolose Genova, Venezia, Milano, Padova, Brescia, Verona e Cremona, tutte con oltre 40.000 abitanti e, proprio in virtù di questa ricchezza, ad Asti, l’imperatore chiede una contribuzione pari a quella di città che contavano circa il doppio dei suoi abitanti.
Intanto, però, anche Asti conosce le guerre civili tra guelfi e ghibellini. Scoppiate all’inizio del Trecento, queste lotte caratterizzate da faide, uccisioni e rappresaglie, furono certamente la causa della fine dell’esperienza comunale e le dedizioni rese dal Comune a potentati sovra-regionali lo dimostrano: nel 1312 Asti giura fedeltà a Roberto D’Angiò, poi ancora, tra il 1339 e il 1342, ai Monferrato e ai Visconti.
Nel 1379 il governo della città e del suo territorio passarono definitivamente sotto il controllo di Gian Galeazzo Visconti, e poi, dopo le nozze di Valentina Visconti con Luigi di Valois duca di Orleans, agli Orleans.
Fin dai primi anni della dominazione francese i rapporti tra i duchi e il ricco patriziato locale furono improntati a forme di collaborazione volte allo sfruttamento delle risorse locali.
Si affermarono nuove forme di investimento creditizio con l’emissione di titoli comunali (loca) sul modello di quanto stava avvenendo a Genova ad opera del Banco di San Giorgio.
In verità, tra Tre e Quattrocento, si assiste ad un processo graduale di insignorimento delle famiglie magnatizie astigiane che, impegnando, da accorti uomini d’affari, i profitti in beni fondiari e nell’acquisto di diritti signorili, dapprima circoscrivono l’attività feneratizia a singoli membri, poi investono il capitale mobiliare in titoli fruttiferi e, infine, si adattano a modelli ideologici francesi che tendevano a escludere il nobile dalla pratica di attività finanziarie.
L’aristocrazia finanziaria cittadina si trasforma, pertanto, in nobiltà urbana e rurale e ne assume i rituali.
La storia astigiana di fine medioevo è, quindi, la storia di una zona dominata, con una classe dominante che non recita più la parte dell’attore principale perché non ha più l’esigenza di emergere, ma continua a schierarsi secondo convenienza economica e opportunità politica.
Nel secolo XV, l’alternarsi alla signoria sulla città di Orleans, Visconti, Valois, Sforza, e re di Francia sono l’ultimo racconto di un medioevo splendido.
Un Medioevo così vivace non poteva non lasciare traccia nell’evoluzione artistica, architettonica e urbanistica della città.
I guadagni dei prestatori astigiani provocarono una vera e propria cascata d’oro sulla madrepatria, in città si costruirono splendidi palazzi, torri maestose e si diede avvio alla costruzione della cattedrale gotica più grande del Piemonte.
L’aspetto fisico della città cambiò notevolmente nel corso del medioevo e, proprio questo sarà evidente nel percorso che si propone di seguito.
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