La conclusione cui è approdata la storiografia urbana per cui “la storia di una città è inscindibile da quella del suo territorio” si rivela assolutamente vera nel momento in cui si affronta il discorso sul medioevo astigiano, a partire dallo sviluppo che, nell’alto medioevo, portò la città di Asti dall’egemonia vescovile all’affermazione di un regime comunale autonomo.
Posta sulle prime propaggini collinari della pianura del Tanaro alla fine del suo corso, Asti raggiunse nei secoli XII e XIII un’importanza politica ed economica tale da poter essere, senza ombra di dubbio, considerata la più rilevante città del Piemonte e tra le principali potenze dell’Italia Settentrionale.
Il comune Astense, sorto sul finire del secolo XI, nel corso di due secoli impose il suo controllo su buona parte del Piemonte centro – meridionale, tenendo testa ai forti poteri regionali e alle più agguerrite intrusioni esterne.
La straordinaria realizzazione economica e politico-territoriale della città ebbe certamente i suoi artefici in una classe dirigente dinamica e intraprendente, nota ai mercati di tutta Europa per l’attività commerciale e bancaria e avvezza già da tempo ad intervenire nella cosa pubblica cittadina, collegandosi di volta in volta con il potere pubblico e con quello ecclesiastico. Questa capacità di organizzazione e l’incessante flusso di capitali di rientro provenienti dalle attività svolte all’estero dai suoi cittadini sono certamente alla base del successo medievale del comune di Asti, ma le radici di questa vocazione economica e politica vanno ricercate nelle particolari condizioni in cui la città si colloca, nell’alto medioevo, all’interno del sistema territoriale.
Le manifestazioni più cospicue dell’attività dei ceti eminenti in Asti prima dell’età comunale si ritrovano attorno al vescovo. I diversi gruppi sociali operano in stretta connessione con la chiesa vescovile e, per un lungo periodo, fra di loro vi è convergenza. Per ben due volte, con Ottone III prima e Corrado II poi, sarà il vescovo a richiedere i privilegi puntualmente concessi ai negociatores civitatis, chiaro esempio dell’assunzione da parte della chiesa degli interessi dei ceti dominanti.
Data la sua dislocazione geografica al centro del Piemonte e in grado di controllare le strade che la attraversavano verso tutte le direzioni, probabilmente Asti pervenne molto presto nelle mani di Carlo Magno. Già alla fine del secolo VIII, infatti, esisteva un comitato astese che certamente proseguiva l’ordinamento pubblico longobardo.
Tra il IX secolo e la prima metà del X, l’efficienza della pubblica amministrazione e la perfetta organizzazione del territorio si concretizzano nel prestigio delle famiglie degli ufficiali locali. Conti e visconti d’Asti hanno possessi molto sparsi geograficamente, da Alba ad Acqui, ma anche molto consistenti, con presenza di famiglie servili, castelli e chiese private in tutta l’area di pertinenza.
Intanto, a partire dal X secolo, iniziano a diversificarsi le famiglie de civitate da quelle del contado per i cui membri si usa l’espressione habitator. Si forma in Asti una classe dirigente in grado di funzionare indipendentemente dal conte, che instaura un rapporto proficuo di collaborazione con la chiesa d’Asti, la cui potenza risale all’età degli ultimi carolingi. Nel corso del secolo, i vescovi astesi ottengono conferme e riconferme dei loro privilegi e dei vasti domini astigiani sottoposti al loro controllo.
L’adesione della classe eminente ai disegni vescovili rende possibile lo sviluppo ordinato e funzionante della chiesa d’Asti e, d’altra parte, la possibilità offerta dal vescovo di collaborare nell’esercizio del potere contribuisce alla maturazione politica di questo gruppo urbano che si affermerà poi come dominante.
Alla metà del X secolo la figura del conte come funzionario pubblico scompare da Asti: è in questo contesto di vuoto di potere che si afferma una diversa organizzazione. A capo di tutto il vescovo Bruningo che struttura con efficienza la propria corte e coordina la collaborazione laica, ponendosi come esclusivo punto di riferimento della società urbana. In questo momento la città è urbanisticamente distinta in tre punti nevralgici, la chiesa di San Secondo, la cattedrale e il Castelvecchio: sono i vertici, lo si vedrà meglio nel percorso che segue questa introduzione storica, dell’area entro cui si sviluppa la città medievale, centri di potere religioso, economico e politico sia nella Asti vescovile sia in quella comunale.
Nello stesso periodo, si verifica la “rinascita” del commercio astigiano, dovuta probabilmente all’incontro delle esigenze mercantili urbane con l’indirizzo organizzativo impresso dal vescovo Bruningo e culminato con il riconoscimento al vescovo del controllo sul mercato.
I mercanti urbani, classe in affermazione per rispondere alla maggiore domanda di prodotti, si appoggiano al vescovo da cui ricevono protezione e garanzie di sicurezza delle vie del commercio che da lui dipendono. Nel 992 il vescovo Pietro ottiene da Ottone III che i “mercanti della sua città” possano negoziare dove vogliano senza nessuna opposizione: è fondamentale sottolineare che tra vescovo e mercanti c’è collaborazione (mercanti della sua città), non dipendenza (non suoi).
Con il secolo XI la situazione sociale e politica della città cambia. Nel 1037 i mercanti, ormai forti e potenti sembrano quasi patteggiare con Corrado II il riconoscimento di un vescovo non graditissimo in cambio di importanti privilegi commerciali concessi a loro in quanto mercanti della città. E se vero che il tramite di questa richiesta è ancora un vescovo, Oberto, è altrettanto vero che il suo ruolo, in questo momento, è più formale che reale, perchè le concessioni ottenute hanno tutte carattere esplicitamente commerciale: i cives di Asti potranno viaggiare liberi e sicuri per la Valle di Susa, per tutte le valli e per tutti i monti dell’intero regno, esentati dalle tasse che pagano gli altri mercatores dell’impero.
L’identificazione tra cittadini e mercanti è ormai completa, come se ad Asti tutti fossero mercanti e proprio in quanto astigiani godessero di immunità commerciale.
Ne emerge, quindi, un gruppo sociale potente, legato da comuni interessi commerciali, pronto a mobilitarsi in difesa di questi interessi e capace di servirsi del vescovo come mezzo per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Attraverso la Valsusa e il Moncenisio i mercanti astigiani si affacciarono così in Europa e nel 1074 li troviamo presso Parigi, alla fiera di Lendit, protetti addirittura dal Papa che intervenne contro la confisca da parte del re di Francia dell’infinita pecunia che stavano trattando.
L’equilibrio tra vescovo e mercanti, quindi, dura fino a quando la chiesa è in grado i reggere il confronto e le spinte indipendentiste dei mercanti, vero nucleo di potere nella Asti di questo periodo, non sono ancora volte alla sostituzione del suo potere in città. I cives astigiani, mercanti prima e banchieri e mercanti poi, assumendo sempre maggiore indipendenza dal vescovo, si organizzano politicamente e istituzionalmente fino all’affermazione netta di un loro centro di potere laico e indipendente: il Comune di Asti.
Il documento che ne sancisce ufficialmente la nascita è quello con cui, il 28 marzo 1095, il vescovo di Asti, Oddone, concede ai consoli della città di Asti, in quanto rappresentanti di tutti i cittadini astesi, il castello di Annone. Per la prima volta viene citata una magistratura cittadina perfettamente funzionante e, di conseguenza, un Comune vivo come istituzione organizzata. Altrettanto vero è che il Comune esiste perché risponde perfettamente alle esigenze del ceto dominate: ne è testimonianza proprio questa concessione dal momento che riguarda un territorio strategicamente importante per il controllo delle vie del commercio verso est e verso il mare.
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