Comune di Asti - Vittorio Alfieri

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Vittorio Alfieri
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..Il primo riferimento ad Asti compare all'inizio del primo capitolo della prima "epoca" della Vita, l'autobiografia scritta da Alfieri, là dove si legge "Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati, ed onesti parenti", con evidente errore nell'indicazione della data, essendo in realtà egli nato il giorno 16 gennaio. Mentre troviamo nell'autobiografia pagine appassionanti dedicate alla descrizione delle diverse città incontrate nei suoi viaggi in Italia e in quelle dal Portogallo alla Francia, dall'Inghilterra ai paesi del nord, sono rari i riferimenti alla città in cui il poeta nacque, per lo più confinati in quella dimensione dell'infanzia, deo Bianco, conte di Cortemilia), morto quando il piccolo Vittorio aveva circa un anno.

Alla sorella e al monastero astigiano Alfieri fa ancora riferimento più avanti, fra i ricordi del 1762, là dove rammenta la decisione dello zio Pellegrino Alfieri di trasferire a Torino "la mia sorella carnale, Giulia, che era la sola di padre; e di porla nel monastero di Santa Croce, cavandola da quello di Sant'Anastasio in Asti, dove era stata per più di sei anni sotto gli auspici di una nostra zia, vedova del marchese Trotti, che vi si era ritirata. La Giulietta cresceva in codesto monastero in Asti, ancor più ineducata di me;".
Nelle pagine dell'autobiografia sono evocati alcuni luoghi della città, dalla chiesa del Carmine, "attigua alla nostra casa", dove egli andava bambino a sentir musica e a veder officiare i frati, "chiesa abbandonata, dove non si trovavano mai quaranta persone radunate nella sua vastità", alla chiesa di San Martino, "distante da casa, posta nel bel centro della città, e frequentatissima su l'ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo": la stessa chiesa dove, in un celebre episodio dell'autobiografia, il piccolo Vittorio è condotto per castigo, con la "reticella" in testa, "inreticellato, piangente, ed urlante", lungo le "vie abitate, che si avvicinavano alla piazza e chiesa".Alla città sono legati altri ricordi: "Era venuta in Asti la mia nonna materna, matrona di assai gran peso in Torino, vedova di uno dei barbassori di corte, e corredata di tutta quella pompa di cose, che nei ragazzi lasciano grand'impressione". E poco oltre: "Era venuto in vacanza in Asti il mio fratello maggiore, il marchese di Cacherano, che da alcuni anni si stava educando in Torino nel collegio de' Gesuiti.

Egli era in età di circa anni quattordici al più, ed io di otto". Il riferimento alla città torna nell'accenno alla morte del fratello: "Circa un anno dopo, quel mio fratello maggiore, tornatosene in quel frattempo in collegio a Torino, infermò gravemente d'un mal di petto, che degenerato in etisia, lo menò alla tomba in alcuni mesi. Lo cavarono di collegio, lo fecero tornare in Asti nella casa materna, e mi portarono in villa perché non lo vedessi; ed in fatti in quell'estate morì in Asti, senza ch'io lo rivedessi più." L'ultimo riferimento di queste pagine precede l'allontanamento dalla città e la partenza per l'Accademia di Torino, su suggerimento dello "zio paterno, il cavalier Pellegrino Alfieri", il quale "passando per Asti mi vide". Sappiamo che oltre al Palazzo dove nacque, collocato lungo la cosiddetta "via maestra", Alfieri abitò, dall'età di cinque anni, in un palazzo posto all'estremità ovest di piazza Cagni, all'inizio di via Isnardi, nel luogo occupato oggi dalla congregazione delle Suore Domenicane. Sappiamo, inoltre, che il padre, nel 1741, acquistò un modesto teatro lungo la "contrada maestra", all'altezza dell'attuale numero civico 360. L'allontanamento dalla città per l'accademia di Torino è ricordato, nelle pagine della Vita dedicate all'infanzia, come occasione di un grande dolore, nonostante l'emozione del viaggio (il primo, per il bambino che, cresciuto, avrebbe viaggiato con tanta passione), emozione che vinceva il dolore del distacco, ancor più grande, come ricorda, dal momento che "usciva di fresco dall'aver fatto il primo mio viaggio in una villa distante quindici miglia da Asti, tirato da due placisissimi manzi".
Alfieri annota: "Quel volar del calesse mi dava intanto un piacere, di cui non avea mai provato l'eguale". Ancora nei ricordi del 1762 ne sottolinea la piacevolezza senza pari: "io, che quattro o cinque anni prima, alla mia prima uscita di casa, aveva così rapidamente percorso quelle cinque poste che stanno tra Asti e Torino". Non solo Alfieri lega alla città i ricordi più vividi delle emozioni e della scoperta dei sentimenti dell'infanzia, o delle passioni (come quella del viaggio), ma anche la sua avversione per i francesi è ricollegata a un'esperienza astigiana, come ammette in una pagina dedicata al 1763: "essendo io ancora in Asti nella casa paterna, prima che mia madre passasse alle terze nozze, passò di quella città la duchessa di Parma, francese di nascita, la quale o andava o veniva di Parigi". Si sommava alle impressioni negative riportate in quell'occasione la consapevolezza "che i Francesi erano stati padroni della città d'Asti più volte; e che in ultimo vi erano poi stati fatti prigionieri in numero di sei, o sette mila e più".

Asti diventa per Alfieri la città dei ritorni, come annota in una pagina riferita al 1765: "Nel mio andare a Genova ebbi un sommo piacere di rivedere la madre e la città mia, di dove mancava già da sette anni, che in quell'età paiono secoli". Tuttavia, diventato nel 1766 "porta-insegna nel Reggimento Provinciale d'Asti" ("nel settembre mi presentai alla prima rassegna del mio reggimento in Asti"), insofferente della disciplina militare, che "non poteva esser l'anima mai d'un futuro poeta tragico", con "un raggiretto" ottenne una licenza per poter viaggiare almeno un anno. I suoi ritorni devono indubbiamente segnare momenti importanti, benché brevi, se ne fa cenno nella Vita, come ancora nelle pagine conclusive del lungo viaggio attraverso Olanda, Francia, Spagna, Portogallo: "Ed in Antibo subito imbarcatomi per Genova, dove solo per riposarmi soggiornai tre giorni, di lì mi restituiva in patria due altri giorni trattenendomi presso mia madre in Asti; e quindi, dopo tre anni di assenza, in Torino, dove giunsi il dì quinto di maggio dell'anno 1772". Una svolta decisiva si ha nel 1778, l'anno della donazione di tutti i suoi beni alla sorella Giulia. Alfieri ricorda: "Esisteva in quel tempo una legge in Piemonte, che dice: 'Sarà pur anche proibito a chicchessia di fare stampar libri o altri scritti fuori de' nostri Stati, senza licenza de' revisori,...'".
Di qui, "nemicissimo com'io era d'ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la più corta e la più piana via, di fare una interissima donazione in vita d'ogni mio stabile (...) al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia, (...) nella più solenne e irrevocabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire quattrordici mila di Piemonte". Con la consueta autoironia, Alfieri conclude: "per mia somma fortuna, il re d'allora, il quale certamente avea notizia del mio pensare (...) ebbe molto più piacere di darmi l'andare che non di tenermi. (...) ed ambedue fummo contentissimi: egli di perdermi, io di ritrovarmi". Il nome di Asti compare, anche nelle lettere del periodo, in riferimento alla donazione, come in una lettera del dicembre 1778 a Giacinto di Cumiana, in cui precisa: "Io ho dato ordine di vendere questi boschi maturi, sì in Asti, che in Savigliano ad estimo d'esperti,". Così, ancora, di "una lettera d'Asti" per ragioni d'interesse, parla in una missiva allo stesso Cumiana del luglio 1779. I ritorni diventano sempre più rari, come rivela la Vita, in una pagina dedicata al 1783, dove, ricordando un ritorno da Roma e una visita all'abate di Caluso presso il castello di Masino, "poco distante da Vercelli", annota: "ci diedi una scorsa di cinque o sei giorni. E in uno di quelli, trovandomi anche tanto vicino a Torino, mi vergognai di non vi dare una scorsa per abbracciar la sorella. V'andai dunque per una notte sola (...) Erano già sei e più anni, ch'io non dimorava più in Torino; non mi vi pareva essere né sicuro, né quieto, né libero; non ci voleva, né doveva, né potea rimanervi lungamente".

Non fa cenno ad Asti, diversamente da quanto accade, invece, finalmente, nei ricordi del 1784: "Partito di Torino, mi trattenni tre giorni in Asti presso l'ottima rispettabilissima mia madre. Ci separammo poi con gran lagrime, presagendo ambedue che verisimilmente non ci saremmo più riveduti." Alfieri dice di provare per la madre "stima, gratitudine, e venerazione", e lega il ricordo della madre a quello di Asti: "Il Cielo le accordi lunga vita, poich'ella sì bene la impiega in edificazione e vantaggio di tutta la sua città". Non manca tuttavia di annotare, a poche righe di distanza: "Appena uscito io poi dagli Stati del re sardo, mi sentii come allargato il respiro", liberandosi dall'"avanzo" di quel "giogo natio".
Ad Asti passerà più volte la contessa D'Albany, come rivelano una lettera alla madre, da Colmar (anche se con indicazione Siena) dell'ottobre 1784 ("passerebbe per la Savoja, e Torino, e Asti al suo ritorno: onde credo che verso il fine d'Ottobre, o al più al principio del mese venturo ella la vedrà costà"), o un'altra da Siena dello stesso anno ("mi dice che al Settembre ritornando in Italia passerà per Torino, e poi per Asti, o Magliano dove lei sarà, per vederla, e stare un giorno con lei:"), seguita da una smentita del 3 dicembre, in cui si motiva il mancato passaggio da Asti della contessa , che "dopo aver cercato tutti i Vetturini di Torino, nessuno la volle menare per la strada di Asti", a causa del "grandissimo fango, e il peso enorme delle sue carrozze troppo cariche". Per ovviare alla lontananza, in una lettera da Parigi del 24 dicembre 1791, chiede alla madre un suo ritratto ("Vorrei così avere il suo, che mi darebbe una gran consolazione"), ma dubita che vi siano in città pittori all'altezza dell'opera ("temo che in Asti non ci sarebbe pittore capace").

La madre morirà l'anno successivo, nel 1792. In un sonetto dell'aprile 1783 rivendica la propria "astigianità", "Sonet d'un astesan/an difeisa dl stil d'soe tragedie", e si pone con un interrogativo ironico alla coscienza dei contemporanei e dei posteri, "S'l'è mi ch'son d'fer, o j'Italian d'potìa". La consapevolezza dell'ineluttabile lontananza si traduce, in un altro sonetto, del 1797, in un omaggio alla propria "antiqua", nobile città, in una sorta di testamento spirituale: "Asti, antiqua Città, che a me già desti/La culla, e non darai (pare) la tomba;/Poich'è destin, che da te lunge io resti,/Abbiti almen la dottrinal mia fromba". Alfieri allude ai propri libri, alle proprie carte: "Né in dono già, ma in filial tributo,/Spero, accetto terrai quest'util pegno/D'uom, che tuo cittadin s'è ognor tenuto.//Quindi, se in modo vuoi d'ambo noi degno/Contraccambiarne un dì 'l mio cener muto,/Libri aggiungi ai miei libri; esca, all'ingegno." In realtà, i libri della biblioteca fiorentina di Alfieri (quella parigina andò dispersa durante la rivoluzione francese), ereditati dalla contessa D'Albany, sua erede universale, vennero da lei lasciati in eredità, alla sua morte, al pittore F.X.Fabre, nativo di Montpellier, e a Montpellier, dove, per lo più si trovano ancora (tranne il ricco fondo di manoscritti di Asti e di Firenze), furono trasferiti. Il messaggio di questi versi, tuttavia, contiene per noi, suoi concittadini di oggi, un chiaro invito a dar "esca" all'ingegno, a comprendere la modernità della ribelle curiosità, della corrosiva ironia, della lucida intelligenza di questo astigiano in eterna fuga , in viaggio per le strade d'Europa.

Carla Forno
direttore del Centro Nazionale di Studi Alfieriani

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