Palio di Asti - Sito ufficiale

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Temi del corteo storico 2008


L’elemento che più affascina i numerosi visitatori che assistono al Palio è il corteo storico composto da oltre milleduecento personaggi in costume medievale. L’accuratezza delle rievocazioni storiche verificate da un’apposita commissione di esperti, il pregio dei costumi e la maestria delle sartorie di borgo nel riprodurre fedelmente le fogge degli abiti traendole da affreschi e dipinti d’epoca, fanno del corteo uno spettacolo davvero unico. I quadri viventi che compongono la sfilata rappresentano fatti realmente accaduti della storia astese: si vedranno dunque sfilare nobili e popolani, armigeri e alto clero, dame e cavalieri che per un giorno torneranno ad abitare la città raccontando la vita quotidiana di più di sette secoli


1 - SAN SECONDO
La caccia col falcone, divertimento cortese ai tempi di Federico II

E’ nota la passione dell’imperatore Federico II per la caccia col falcone, un’arte che “procedet ex amore”, e con la quale l’uomo manifesta la sua arcana potenza sull’animale più libero e fuggitivo: il falco. La sua predilezione per la falconeria tuttavia non si limitava alla semplice pratica, ma includeva anche un accurato studio scientifico, che trovò compimento nella sua grande opera “De arte venandi cum avibus”. Nel 1225 l’Imperatore Federico II è in Piemonte per organizzare la rivincita contro la Lega Lombarda. In questa occasione incontra il Marchese Manfredi II Lancia, il quale, rendendosi conto dell’inarrestabile declino dell’aristocrazia piemontese piegata dall’avanzata dei comuni, approfitta dell’occasione per entrare nelle grazie dell’Imperatore. Si può immaginare che Manfredi II, essendo a conoscenza della passione che Federico II nutriva per la caccia con i falchi, abbia organizzato una battuta di caccia nelle sue terre, tra Castelnuovo (Calcea) ed Agliano
Fu forse questa caccia l’occasione di incontro tra l’Imperatore e la bellissima nipote del Marchese, Bianca Lancia di Agliano? Quel che è certo è l’amore tra i due. L’unione di Federico con Bianca Lancia sortì il duplice effetto di procurare all’Imperatore la solidarietà della famiglia del “dilectus affinis” Manfredi II, e alla stirpe piemontese l’accesso alla corte imperiale.
 Il Rione San Secondo vuole rappresentare il momento della caccia, cui partecipano numerosi i falconieri che danno sfoggio della loro bravura e mostrano la passione che li porta quasi a “dialogare” con i falchi. Al termine della battuta di caccia viene allestito un festoso banchetto; oltre all’insalata e alla frutta, una parte importante del menù è rappresentata dalla selvaggina allo spiedo e dai volatili cacciati con i falchi, spalmati di miele e passati alla brace con essenze aromatiche, in cui erano evidenti le forti contaminazioni della cucina araba apprezzata da Federico II.

 

2 – SAN MARTINO SAN ROCCO
L’imperatore Enrico VII ospitato da Tommaso Roero

Tra la primavera e l’estate del 1310, Enrico VII di Lussemburgo, da poco eletto imperatore, avendo deciso di scendere con un esercito in Italia, mandò un’ambasceria nelle città, affinché i sudditi si disponessero ad accoglierlo.
L’imperatore riunì più di tremila cavalieri, tra cui Amedeo V, conte di Savoia, e Filippo, principe di Acaja e in compagnia della moglie Margherita di Brabante giunse a Susa nell’ottobre 1310, dove fu accolto da una delegazione a cui parteciparono anche molti nobili astigiani.
Il 10 novembre Enrico VII entrò in Asti, portando con sé esponenti del consortile dei De Castello, che riuniva Guttuari, Isnardi e  altre famiglie ghibelline, allontanate dalla città a seguito delle lotte intestine.
L’imperatore e il suo seguito furono ospitati nel palazzo di Tommaso Roero, figlio di Aicardo e  personaggio di spicco nella politica cittadina. Questi, sapiens del Comune nel 1277, svolse  numerosissime missioni diplomatiche e nel 1292 presenziò all’autenticazione del liber iurium di Asti, che raccoglieva i documenti relativi al controllo territoriale del Comune.
In segno di ringraziamento per l’ospitalità ricevuta durante il suo soggiorno, Enrico VII avrebbe accordato alla famiglia Roero il privilegio di concedere la vita e la libertà a tre prigionieri in attesa di giudizio. 
Trattenutosi per circa un mese nel nobile palazzo, l’imperatore ricevette il giuramento di fedeltà da parte degli Astigiani, confermando loro diritti e privilegi e riformando leggi e statuti.
Il 12 dicembre Enrico VII lasciò Asti per recarsi a Milano.
La dedizione della città all’imperatore determinò una momentanea situazione di serenità ed equilibrio politico, durante la quale esponenti di famiglie guelfe e ghibelline parteciparono insieme al buon governo del Comune.
Il corteo rappresenta l’arrivo dell’imperatore nella contrada dei Roero, dove viene accolto dal nobile Tommaso e dagli abitanti del borgo.

 

3 – SAN PAOLO
Una giornata feriale in Asti nel medioevo

Corre l’anno 1290 per il libero, potente e ricco Comune di Asti. Entro le solide mura del suo capoluogo si svolge un’attività laboriosa ed intensa ed in particolare sulle due centrali piazze del Santo e delle Erbe, destinate nei giorni lavorativi a mercato per la città ed il suo vasto circondario, si esercita un operoso commercio delle merci più varie quali carni, pesci, ortaggi diversi, spezie, uva e vino, stoffe, pellicce, armature, mentre gli artigiani offrono i propri manufatti ed i negozianti nelle proprie botteghe le mercanzie più differenti.
E’ da tempo iniziato un giorno di lavoro, già si diffonde nell’aria il rintocco dell’ora terza e ogni cosa è ormai pronta e in mostra sulle bancarelle e nei negozi.
Sta attraversando le due Piazze, avviato ai pubblici uffici, il podestà Ottolino Mandello in compagnia del segretario comunale Ogerio Alfieri e del notaio Guglielmo Passatore; alcuni giocatori hanno appena noleggiato i dadi presso l’appaltatore di tale concessione e cominciano le loro partite sotto i portici del palazzo del grande Peso Pubblico.
Un frate del vicino convento di San Francesco sta selezionando presso un erborista ambulante esotiche erbe medicinali necessarie a preparare un prezioso elisir; lo speziale e cronista Ventura, sulla soglia della propria farmacia, dà consigli ad una ansiosa popolana; alcuni conducenti di carri da poco entrati in città per la porta del mercato vanno a rifocillarsi presso la taverna aperta presso gli uffici della dogana; due prostitute, lasciata l’attigua casa di malaffare, si fermano per un acquisto ad un banco di monili; venditori di formaggi vari gridano le proprie merci; un buon numero di cittadini di ogni estrazione sociale si aggira tra le bancarelle per comprare vivande ed altri prodotti necessari.
La giornata di lavoro volge lentamente al termine e la gente rincasa per un frugale pasto serale. Soltanto una piccola masnada di buontemponi si ritrova per l’abituale giro delle bettole in cerca di brighe e di beffe.

 

4 –  MONCALVO
Il santuario di Crea: ex-voto e devozione mariana

La pietà liturgica e privata verso Maria si espandeva, durante il Medioevo, in ogni luogo: da abbazie e cattedrali, da chiese di città e campagna, risuonava la collettiva venerazione per la Madre di Dio, Regina di misericordia. Il maggior polo devozionale mariano di tutto il Monferrato era, all’epoca, la chiesa di Nostra Signora di Crea, posta su una delle colline più alte di tutto il marchesato. Il culto verso la Vergine si manifestava in molteplici forme ma univa, in un grande coro di lode e ringraziamento, ricchi e poveri, religiosi e laici. L’espressione popolare più forte ed autentica di devozione era rappresentata dagli ex-voto portati dai pellegrini in segno di omaggio e di attestazione di fede per una grazia ricevuta. Gli ex-voto erano diversi tra loro, oltre che per forma e per materiali, anche per valore economico: da oggetti e immagini evocative dello scampato pericolo a trecce di capelli.  Dai nobili Signori locali arrivavano i doni più preziosi. La devozione mariana, prima degli Aleramici e poi dei Paleologi, non era pura formalità. Specialmente durante il marchesato di Guglielmo VIII, il culto dedicato alla Vergine fu un tratto dominante di tutta la corte monferrina. Fu sotto il suo governo che Crea iniziò a prosperare e a diventare meta di pellegrini da ogni parte d’Europa. Tra il 1474 ed il 1479, periodo che viene celebrato dal corteo storico bianco rosso, il Marchese commissionò, oltre ad importanti lavori di ampliamento, gli splendidi affreschi della cappella di Santa Margherita. In precedenza, già altri Signori di Monferrato avevano arricchito la chiesa di Crea con preziose offerte votive come un reliquario, contenente un frammento della Santa Croce, e un sacro cimelio del piede di Santa Margherita di Antiochia.

 

5 – SANTA MARIA NUOVA
Investitura del Priorato di Santa Maria Nuova ai Canonici Regolari Lateranensi nel 1472.

In occasione del millenario del primo documento che cita la chiesa di Santa Maria Nuova, si è voluto rappresentare un importante avvenimento per tutta la comunità del Borgo: il passaggio del priorato di Santa Maria Nuova dai Canonici Mortariensi ai Lateranensi nel 1472. 
Nel quattrocento la decadenza economica dell’Ordine dei canonici regolari della Santa Croce di Mortara, che per quasi due secoli avevano retto il priorato di Santa Maria Nuova, costrinse il priore  Giovanni Bartolomeo De Ferraris,  rimasto solo, a presentare al Vescovo di Asti Scipione Damiano la rinuncia alla propria carica.
Nel 1472, con bolla del 9 giugno, il  papa  Sisto IV  autorizzò il vescovo ad accettare le dimissioni del priore e a investire della carica i Canonici  Regolari Lateranensi.
Nel 1474 si concluse l’iter giuridico e burocratico e i Lateranensi poterono stabilirsi definitivamente a Santa Maria Nuova.
Il 4 marzo 1474, l’arcidiacono Giacomo De Gentis, delegato apostolico e vicario del vescovo Vasino Malabayla (che nel frattempo era succeduto al vescovo Scipione Damiano), conferì il possesso della chiesa, con tutte le sue pertinenze, a Padre Nicola da Pavia, vicario del Capitolo generale dell’ordine Regolare di Sant’Agostino della Congregazione Lateranense.
Alla commissione pontificia presenziarono il notaio Matteo Petitto, l’ultimo canonico mortariense Giovanni Bartolomeo De Ferraris, che avrebbe in ogni modo continuato a dimorare nel monastero, i nobili Giacomo Lajolo e Giorgio Peletta , sindaci e procuratori della Congregazione Lateranense .
Partecipano all’insediamento dei canonici Lateranensi le famiglie nobili del Borgo, le istituzioni religiose in esso ubicate (Eremitani di Sant’Agostino e  Confraternita dei battuti della SS. Annunziata) e le associazioni civili del popolo.

 

6 – SAN MARZANOTTO
Il Matrimonio di Giacomo Asinari con Alaxina di Lanerio

La figura della donna e in particolare il suo ruolo all’interno della società medievale sono stati oggetto negli ultimi anni di numerosi studi da parte della storiografia medievistica.
Escluse dalla successione, ma rese appetibili da una buona dote, le donne si ritrovano costrette,x sin da giovanissime a intraprendere due sole vie: il matrimonio o il convento. Il matrimonio comporta spesso un cambiamento di status, ma non sempre un’acquisizione di diritti. La ricerca di un marito adeguato rientra in un’accorta pianificazione della strategia famigliare. La mobilità delle donne e dei loro beni è funzionale ai progetti matrimoniali e patrimoniali delle casate, ma è anche un temibile fattore di instabilità delle alleanze e causa di conflitti tra famiglie, soprattutto nel momento in cui la vedovanza femminile rivela le contraddizioni di un sistema in cui la dote resta strettamente legata alla donna. Le famiglie astigiane non si sottraggono a questa consuetudine che considera il matrimonio dei figli un mezzo di consolidamento della propria posizione sociale, politica ed economica e che ha nella consistenza della dote un importante indicatore del proprio prestigio e onore. Gli Asinari di San Marzano, detentori di castrum, terre e pertinenze nel posse di San Marzanotto, rappresentano un significativo esempio dell’effettiva diffusione di tale prassi. Sul finire del Duecento, Giacomo Asinari, figlio di Alessandro e Tiburgina del Carretto, sposò Alaxina figlia di Guglielmo di Lanerio. Dal matrimonio nacque una figlia, Caterina. Alla morte di Giacomo, avvenuta prima del 13 luglio 1306, il suocero risarcì Alaxina della dote con terre e usufrutti in mancanza di denaro liquido. La donna, da parte sua, si impegnò a mantenere la figlia ed a saldare al suocero alcuni debiti. L’analisi di questa e altre restituzioni di dote, di atti di dote e di testamenti in cui ne viene citata la consistenza, consentono di descrivere con buona precisione il “fardello” che costituiva la dote non solo di Alaxina, ma anche di altre spose Asinari. Rievocando il matrimonio, s’intende presentare anche la dote concessa alla sposa: mantelli di velluto, con e senza bordature di pelliccia, manicotti di pelliccia, perle, scaldacuori di pelliccia e mussola, ornamenti per le acconciature, un corredo completo per il letto, pelli di agnello, una gonnella di velluto e una di mussola, gioielli e posate d’argento.

 

7 – CATTEDRALE
La notifica di anatema a Matteo Visconti

Dopo la dedizione di Asti a Roberto d’Angiò nel 1312, sulla città cominciano ad appuntarsi le mire dei Visconti, che già si contrapponevano ai Provenzali per le terre alessandrine. Papa Giovanni XXII, nemico acerrimo dei Visconti, inviò in Italia da Avignone in qualità di proprio legato il cardinale Bertando del Poggetto, che fissò ad Asti la propria dimora.
Secondo la testimonianza di Guglielmo Ventura il 14 gennaio 1322 il legato apostolico, “radunata una moltitudine di uomini e donne attraverso le grida del banditore sul mercato del Duomo ed egli stesso stando con l’arcivescovo di Milano (Aicardo) e con molti altri prelati sul loggiato, fece un discorso che iniziava: “ Si levi Iddio e saran dispersi i suoi nemici” (salmo 67), proclamando e narrando molti misfatti sul conto di Matteo Visconti e dei suoi figli. Notificò inoltre a costoro che se non si fossero presentati di persona nella località di Bergoglio per discolparsi, non oltre il 25 del febbraio successivo, egli stesso ed i suoi figli sarebbero incorsi nella sentenza di anatema da parte del sommo pontefice Giovanni XXII e mandati al rogo come eretici”.
I Visconti non si piegarono all’ingiunzione del cardinale, di conseguenza questi il 2 febbraio 1322 fece portare il vessillo della Santa Chiesa sul loggiato del Duomo e quivi “fu  pubblicamente annunziato che qualsiasi uomo o donna volesse seguire quel vessillo, eliminando il menzionato Matteo e i suoi collaboratori, verrebbe perdonato da ogni peccato” .
In seguito quattro inquisitori notificarono la sentenza di anatema e scomunica ai Visconti, che per conseguenza venivano privati di ogni dignità cavalleresca e di ogni potere su terre e uomini.
Il Rione Cattedrale intende rievocare gli eventi del 2 febbraio 1322 con i personaggi che animarono quel giorno il loggiato del Duomo: il legato apostolico, l’arcivescovo di Milano, i prelati, il popolo e le nobili famiglie.

 

8 – DON BOSCO
Un giorno di grande esultanza per il popolo astese

Corre l’anno 1275: il Comune di Asti è da tempo scosso da conflitti disastrosi, che provocano danni alla popolazione, al suo territori, agli scambi commerciali. Le cause sono da cercarsi nelle mire espansionistiche di Carlo d’Angiò, sostenuto da potenti alleati tra i quali la città di Alba.
Asti tuttavia reagisce animosamente: ricevuti consistenti aiuti militari dai Pavesi, raduna da parte sua, grazie alle proprie ricchezze, un possente esercito di cavalieri e fanti corazzati e, dopo aver devastato le terre dei signori di Gorzano e Ferrere e quelle dei signori di Priocca, convinti fautori dei Provenzali, conclude separatamente una pace col marchese di Saluzzo, che appoggiava re Carlo.
Gli Astigiani prestano soccorso agli abitanti di Fossano e si pongono audacemente in marcia contro le milizie angioine ed albesi, sconfiggendole e mettendo in fuga re Carlo.
In questa occasione il Palio, che tradizionalmente aveva luogo per la festa di S. Secondo, viene corso attorno le mura della sconfitta città di Alba in segno di scherno.
Il gruppo di sfilanti del Borgo Don Bosco vuole ricordare il ritorno trionfale in Asti dell’avanguardia del suo esercito vittorioso, guidato dai due valorosi comandanti, il podestà Guido Scarso, che morirà eroicamente in battaglia a Roccavione tre mesi dopo, ed il console Oberto Spinola. Ad accoglierli nobili e popolani, che recano vino, doni e fiori e plaudono alla vittoria.

 

9 –  SAN DAMIANO
Storia e cultura del vino nel medioevo astese

Dai primi secoli del Medioevo fino al sorgere dei Comuni la coltivazione della vite non fu mai interrotta, il vino accompagnò le manifestazioni familiari, religiose e civili dei popoli.
La precettistica intorno alla coltivazione della vite sopravvisse nel Medioevo per opera dei monaci Benedettini e Cluniacensi, cui spetta il merito di aver custodito e tramandato le conoscenze agricole e le pratiche vinicole dei monasteri.
Il vino era utilizzato anche nell’antica farmacopea:  il vino ippocratico o ippocrasso, formato da vino bianco con infuso di cannella, garofano, noce moscata e zucchero, veniva consigliato alle partorienti, mentre associato con erbe e spezie era usato per la preparazione di elettuari, cioè impacchi, sciroppi e giulebbi,vale a dire pozioni, adoperati per curare ogni tipo di male secondo le credenze della medicina antica.
Anche la produzione artistica tardo gotica restituisce l’immagine del vino e della vendemmia e li rappresenta in preziosi libri d’ore, calendari astrologici e arazzi che ritraggono le varie attività quotidiane della viticoltura medievale.
I nobili gareggiavano nell’organizzare banchetti, nei quali il vino costituiva un importante componente; gli antenati del Moscato e della Barbera  venivano serviti alle mense dei principi, della nobiltà e dell’alto clero, con sfoggio di coppe smaltate, preziosi calici, nappi e vasellame d’oro e d’argento.
Ad Asti, famosa fin dall’antichità per la fabbricazione di anfore, botticelle e vasi potori usati per il consumo minuto del vino, le grandi quantità venivano misurate in carrate e brente, le quantità minori in pinte, terzini e dolii.
I ceti popolari consumavano il vino nelle osterie ed esistevano speciali disposizioni inserite nello Statuto di Asti in cui venivano prescritti il modo di produrre e mescere il vino. Dalla cronaca di Ogerio Alfieri si apprende che la città di Asti era fornita di vino prelibato e ottimo, che nella storia diventerà dono prezioso, moneta di scambio e fonte di ricchezza per i produttori e i mercanti astesi.

 

10 –  SAN SILVESTRO
"Fêtes de la Naissance"

Molte per Valentina Visconti, Duchessa d'Orléans e Domina di Asti, le gioie della maternità, celebrate con le "Fêtes de la Naissance" in onore dei neonati: nel 1390 per Carlo (tenuto a battesimo dal Re Carlo VI), nel 1391 per Louis (tenuto sul fonte battesimale due giorni dopo la nascita con grande solennità, dal Duca di Borbone), nel 1393 per Jean, nel 1394 per Charles d'Orléans, (ebbe per padrino di battesimo Re Carlo VI, diventerà celebre poeta, Signore di Asti, padre di Luigi XII Re di Francia), nel 1396 per Filippo (dal nome dello zio, suo padrino, il Duca di Borgogna, e che diventerà poi Conte di Virtù), nel 1399 per Giovanni (poi Conte d'Angouléme, nonno di Re Francesco I), nel 1401 per Maria, nel 1406 per Margherita (futura sposa del Conte Riccardo di Bretagna, madre di Francesco II Duca di Bretagna, nonna di Anna di Bretagna, che portò il Ducato alla Corona di Francia); fu allevato da Valentina anche Jean, Conte di Dunois, figlio naturale di Luigi nato nel 1403, chiamato il Bastardo d'Orléans, compagno d'armi di Giovanna d'Arco. Nei Registri di Corte sono conservati gli inventari dei corredi e delle vesti dei neonati e tutti i nomi delle dame di camera (Demoiselles), delle nutrici (Nourrices), delle donne addette a dondolare la culla (Berceresses), delle cameriere (Femmes de Chambre), delle governanti (Goubernantes), delle sarte addette al corredo dei piccoli (Couturières des Infants), dei medici (Médecins), che si occuparono dei bambini, nonché le liste dei pagamenti effettuati e l'elenco dei preziosi doni fatti ai neonati. 
Le Fêtes de la Naissance organizzate per ognuno dei piccoli mostrano peculiari commistioni religiose, laiche e anche magiche: alla cerimonia religiosa si affiancano grandi festeggiamenti con banchetti, libagioni, canti, balli, accensione di fuochi e costruzione di Trionfi e cerimonie che esaltano l'inizio della vita. Il Rione Oro-Argento ripropone la solennità e magnificenza della Festa della Nascita dei Reali Infanti, del Battesimo, della Purificazione della Puerpera, con la presenza dei Nobili ospiti recanti doni e degli addetti al Servizio di Camera. Particolare attenzione è riservata alla congiunzione simbolica del rito religioso con quello laico, alle pratiche scaramantiche e propiziatorie dei quattro Elementi (Terra, Aria, Acqua, Fuoco), alle Divinazioni dei Vaticinatori, alle Preci delle Diaconesse, alla presenza dei Padrini e delle Madrine della Chiesa e di quelli della Culla.

11 – CASTELL’ALFERO 
Costituzione della Società dei Battenti ossia Disciplinanti in Castell’Alfero.

L’archivio della Confraternita dei Battenti della SS. Annunziata di Castell’Alfero conserva una copia dell’atto originale di istituzione. Grazie ad esso si apprende come nel luglio del 1480 gli abitanti di Castell’Alfero rivolgano una supplica a Pietro Damiano Vescovo di Asti affinché a Castell’Alfero possa essere istituita una società di “Battenti ossia Disciplinanti” ed essere eretta una sede per la Confraternità. La richiesta specifica che in quel luogo “possano essi Confratelli quando vogliono unirsi in Congregazione al suono delle campane che il segno per il costume ne dia; erigere un altare in cui vogliono e possono farsi celebrare delle Messe senza il disturbo di qualunque sia persona; celebrarsi da essi in orazioni e restarvi in preghiera e meditazione; in supplica espongono anche la volontà di vestirsi di cappa o saio”.
Nello stesso documento si legge come il Vescovo, accogliendo la supplica, dia licenza affinché nella sede della Congregazione sia possibile, utilizzando un altare portatile “far recitare una Messa da un idoneo Sacerdote e da un Confessore indicato dalla popolazione e dal Vescovo stesso approvato. Concedendo ancora che si possa in essa Casa amministrare l’Eucaristico Sacramento come nella Chiesa Parrocchiale, ivi orare ed eseguire ogni opera di divinazione”. La concessione vescovile richiedeva inoltre alla Confraternita particolari preghiere per i Beati Pietro e Paolo.
Il Comitato Palio di Castell’Alfero intende rappresentare il ringraziamento della comunità al Vescovo di Asti per la concessione della fondazione della Confraternita, una delle prime di cui si abbia notizia,  ancora oggi esistente e dedicata alla S.S. Annunziata.

 

12 –  MONTECHIARO
I Montechiaresi ringraziano il loro Patrono

Correva l’anno 1306.
Il marchese di Saluzzo Manfredi IV mirava ad impadronirsi del marchesato di Monferrato, forte delle proprie milizie e dell’aiuto di numerosi fuoriusciti astesi. Dopo aver completamente distrutto Montiglio, assalì pure un villaggio, appena costruito e poco difeso, posto sul colle della Mustiola, dove avevano trovato rifugio anche i montigliesi scampati alla morte.
Asti avvisata dell’attacco inviò subito in aiuto cavalieri e fanti, i quali si portarono alla località di Montechiaro, con la speranza che nel frattempo anche l’alleato Filippo d’Acaja giungesse con le sue truppe in soccorso contro il nemico.
Questo aiuto non sopravvenne e il marchese di Saluzzo si portò rapidamente con le proprie forze armate verso Montechiaro per dare guasto e devastazione.
I montechiaresi, aiutati dai pochi astigiani giunti in loro soccorso, dando prova di grande coraggio ed abnegazione cercarono di opporre qualche resistenza, ma già stavano per soccombere quando invocarono l’aiuto del proprio patrono San Bernardo da Mentone, che accolse le loro fervide preghiere:  il nemico mise fine ad ogni azione di guerra e si ritirò da quelle terre.
Allora tutto il popolo con il clero di Montechiaro si raccolse umilmente in preghiera sul luogo dello scampato scontro armato promettendo di erigervi una Chiesa dedicata alla vittoria. Così avvenne ed il tempio sotto il titolo di Santa Vittoria è ancora oggi meta di devozione.

 

13 – TORRETTA
Giochi equestri in Asti medievale

Nel corso del XIII secolo il ceto dirigente del Comune di Asti  fa proprio lo stile di vita che si è soliti definire “cavalleresco-cortese” , lontano dalle origini del notabilato e dalle attività  svolte dai suoi esponenti, ma  così profondamente  assimilato da condizionare in modo irreversibile i modelli mentali e gli atteggiamenti. Come accade in tutte le realtà urbane dell’epoca, accanto ai consueti e diffusi indicatori sociali  di nobiltà e “grandezza”  come ad esempio la crescente ostentazione del lusso, la valorizzazione della bellezza e della raffinatezza femminile, l’adozione degli stemmi araldici, si impone l’adozione dei modelli più propriamente “cavallereschi”. Modelli che impongono fra l’altro  l’addestramento e la pratica militare, la detenzione e lo sfoggio di cavalli ed armature, la condivisione di ideali cortesi.
Fra i segni esteriori che meglio definiscono questo mondo complesso  sono da annoverare i giochi equestri, le “feste in armi” mediante le quali aspirazioni, sogni e desideri  si materializzavano in modo sfolgorante e spettacolare. Se è vero che per la nostra città  le cronache e i documenti dell’epoca non ne conservano traccia, molte altre attestazioni  ne dimostrano per contro  la capillare diffusione: gli “Statuta Revarum” del 1377 stabiliscono i dazi da pagarsi per ogni dozzina di “lancie ad giostrandum et armezandum” , i soffitti dei palazzi cittadini si ricoprono di  straordinari cicli pittorici, in alcuni casi fortunosamente giunti fino a noi,  che riproducono giostre, giochi d’asta, o gare equestri di velocità e destrezza . Le stesse gare che fregiano  i cantonali scolpiti  in pietra  di alcuni edifici cittadini .
Il Borgo Torretta intende rievocare quella splendida civiltà che fu così importante per la nostra storia. I giovani cavalieri  che sfoggiano armature elaborate si affrontano, caracollando su cavalli sontuosamente bardati di gualdrappe a motivi araldici. Si recano ai giochi preceduti dai porta insegne e dagli araldi che ne reggono gli scudi. Li seguono le dame e la scorta che porta gli oggetti  necessari alle  diverse gare.

 

14 – VIATOSTO
Le "Madonne" della Chiesa di Viatosto

In seguito ad un lascito testamentario del 1343 del nobile Emanuele Asinari e grazie ad altre generose offerte risalenti alla metà del XIV secolo, la chiesa di Viatosto, da sempre centro della vita spirituale del borgo, assunse le dimensioni attuali. Successivamente, nel periodo compreso fra il 1380 e il 1420, vennero eseguiti gli affreschi raffiguranti la Vergine della "Madonna del Latte" , la "Madonna col Bambino e Santa Caterina” e la scultura in arenaria dell’Incoronazione.
Gli affreschi già risentono delle novità pittoriche introdotte da Barnaba da Modena, operante alla fine del XIV secolo nei territori soggetti, come Asti, alla dominazione viscontea. La chiesa ospita anche la tavola lignea trecentesca della "Madonna delle ciliegie", proveniente forse dalla Certosa di Valmanera e la statua anch'essa lignea raffigurante la Madonna col bambino risalente ai primi del '300, una delle espressioni artistiche locali più alte di quell'epoca, impreziosita da una veste dorata e da un manto blu con rosoni e motivi di derivazione orientale.
Si può ipotizzare che fanciulle astesi siano servite da modelle per gli artisti: scelte chi per la bellezza degli occhi, chi per i lunghi capelli, chi per i lineamenti del volto, chi per le proporzioni della figura, le modelle a richiesta degli artisti indossano il velo o assumono determinate posture.
Nel corteo il maestro mostra lo schizzo preparatorio dell'affresco della "Madonna del Latte" ai nobili committenti che ne ordinarono l'esecuzione, quasi certamente per invocare un aiuto miracoloso da parte della Vergine, forse la guarigione di un bambino. La presenza di numerosi fanciulli ritratti negli affreschi può forse collegarsi ai lasciti del 1340-1343 e all’epidemia di peste da cui Asti si sarebbe liberata “presto” per intercessione della Vergine. Da qui deriverebbe l’appellativo di “Ayatost” poi “Viatosto”.
Seguono colori e materiali utilizzati dagli artisti e alcuni degli stemmi presenti all'interno dell'edificio, come la croce dei cavalieri gerosolimitani e la stella, simbolo dell'ordine di S. Domenico. E' presentata una riproduzione in miniatura del bel tempio dalla storia millenaria.

 

15 – SANTA CATERINA
La misurazione del tempo nel Medioevo.

In nomine Domine Amen. Anno nativitatis eiusdem….[Nel nome del Signore Amen. Nell’anno della Sua Nascita …]
Tutti i documenti del Libro Verde della Chiesa d’Asti iniziano con questa formula: essa fa riferimento al cosiddetto ‘stile della Natività’, secondo il quale il primo giorno dell’anno doveva essere considerato il 25 dicembre.
Il Medioevo occidentale fondava il calcolo del tempo sul calendario giuliano dei Romani, del quale l’anno liturgico ricalcava la partizione con la sequenza delle feste che ricordavano la vita del Redentore o celebravano i singoli santi. Variava invece a seconda dei luoghi la data stabilita come inizio dell’anno: oltre lo stile della Natività in uso ad Asti, esisteva quello dell’Annunciazione a Maria (celebrata il 25 marzo) in uso a Firenze, e ancora quello della Resurrezione, stile in uso in Francia e quindi chiamato mos gallicanus.
Uguali per tutti invece erano i sistemi per indicare i mesi e i giorni secondo un calendario condiviso, nato dal confluire di varie eredità in materia: la tradizione romana, la scansione del tempo folklorico, il ciclo liturgico cristiano e l’astrologia.
Dalla tradizione romana il calendario medievale ereditò l’attenzione per i cicli solari e lunari. Della 0misurazione del tempo folklorico fece propri i riferimenti ai cicli stagionali e ai ritmi del lavoro agricolo e artigianale. Del calendario cristiano conservò i costanti riferimenti alla storia della Salvezza portata da Dio all’Uomo nel dipanarsi della Storia e la suddivisione dell’anno secondo il tempo liturgico. Dall’astrologia ereditò e conservò la presenza dei segni zodiacali.
 Il tempo della vita umana e il tempo cosmico erano così posti in relazione reciproca: tutta questa complessa elaborazione confluisce nei calendari illustrati, di cui si trova traccia anche in alcuni Salteri conservati presso la Biblioteca del Seminario di Asti.
In questi calendari accanto ai giorni patrocinati dai Santi e accanto ai simboli astrologici dello Zodiaco comparivano le raffigurazioni dei lavori dei mesi: vere e proprie scenette campestri che illustravano le varie occupazioni e attività svolte nei diversi mesi dell’anno. Elementi profani, il lavoro dei campi e le attività artigianali inseriti nel calendario erano accettati dalla Chiesa, che riconosceva così la dignità e l’importanza dei lavori manuali fondamento dell’intera società del tempo.

 

16 – NIZZA
L’assemblea del consortile di Acquesana tenutasi in San Giovanni delle Conche

I primi decenni del XIII secolo, periodo entro il quale si realizza la formazione del nucleo di Nicia Palearum, sono caratterizzati dal conflitto fra Asti ed Alessandria.
La Valle del Belbo che si apre verso la pianura alessandrina diventa in quegli anni teatro naturale di scontri fra le opposte milizie, che avvenivano ovviamente nella buona stagione, fra Pasqua e l’autunno, compromettendo seriamente le coltivazioni agricole di tutta la vallata, le attività commerciali e di bottega e di conseguenza gli interessi dei signori locali. Costoro a propria volta si schieravano singolarmente con l’una o l’altra città, contribuendo ad aumentare l’incertezza diffusa e l’insicurezza delle persone e dei commerci.
Il 9 febbraio 1203 nella Chiesa di San Giovanni delle Conche, l’assemblea degli uomini di Acquesana decide di porsi sotto la giurisdizione e la protezione degli Alessandrini. Il Consortile di Acquesana o Acquosana abbracciava tutta la regione della Valle del Belbo e comprendeva le località di Agliano, Colosso, Castelnuovo Calcea, Vinchio, San Marzano, Calamandrana, Garbassola, Lanerio, Lintignano, San Giovanni delle Conche, Belmonte ed Incisa, nonché i principali proprietari delle terre o chi vi possedeva diritti feudali. Numerosi tra questi signori locali, i da Canelli, i de Calamandrana, i de Lintignano, i de Lanerio in quell’occasione fanno donazione di ogni loro avere a Rufino de Bellono console del comune di Alessandria e ai  consoli del Consortile, Guglielmo Sclasio di Agliano, Alberto Moizio di Lanerio e Ogerio Rato di Calamandrana. Si viene così a creare una vasta compagine territoriale che, prendendo le distanze da Asti, aderisce alla parte alessandrina, in grado di offrire le maggiori garanzie di sicurezza, protezione e stabilità.
La contesa tra Asti e Alessandria per i territori del Consortile di Acquesana viene deferita al giudizio di quattro arbitri, che non termineranno mai il loro incarico, lasciando ancora per anni quel territorio, la sua gente e le loro attività sotto l’incubo di scorribande: queste culmineranno nel 1225 nelle battaglie campali di Quattordio e di Calamandrana, con la temporanea sconfitta degli Astesi.

 

17 – SAN PIETRO
Giullari e Penitenti. I riti del Carnevale e della Quaresima

Gli Statuti di Asti, a differenza di molti altri, non contengono particolari divieti volti a mantenere i festeggiamenti carnevaleschi entro i limiti della decenza. Si può tuttavia ritenere che gli Astigiani non fossero alieni da divertimenti e burle come ci raccontano agli inizi del XVI le farse dell’astigiano G.G. Alione.
Festa di origini pagane associata al ciclo delle stagioni, il Carnevale nel medioevo assunse un particolare significato in contrapposizione alla Quaresima. Esplosione di una gioia sfrenata, è violentemente criticato dai predicatori dell’epoca che lo giustificano solo in relazione all’avvento del successivo periodo di penitenza e digiuno.
Durante le feste carnevalesche che culminano nel Martedì Grasso, fissato proprio durante il medioevo alla vigilia della Quaresima, il rifiuto di un mondo ordinato e la contestazione dell’ordinamento sociale prestabilito si manifestano con sfilate pullulanti di folli, di personaggi fantastici ed esotici, di giullari. Si danza, si ascoltano ballate e farse burlesche, si mangia smodatamente, si gioca per strada.
Con l’avvento della Quaresima, gli stessi che si erano abbandonati ai festeggiamenti facevano pubblica ammenda, partecipando a processioni, digiunando ed invocando il perdono divino.
Asti non si distingueva dal resto del mondo medievale: non mancavano, infatti, né belle dame con cui danzare nel periodo di Carnevale, né Chiese ove purgarsi in quello quaresimale.

 

18 – SAN LAZZARO
Dell’eclissi  di  sole

Il cronista astigiano Gugliemo Ventura scrive nel capitolo III del suo Memoriale:
 Nell’anno 1261, durante il mese di gennaio, fu predetto da Frate Lanfranco, esperto uomo di scienza dell’ordine dei Predicatori, che alla vigilia della successiva festa dell’Ascensione, verso l’ora nona, una parte del sole sarebbe diventata oscura in tutto il mondo. Proprio in quel giorno vidi sulla piazza dei Guttuari parecchi uomini riuniti, in attesa se questo portento si manifestasse; su uno specchio posto in un bacile di ottone pieno d’acqua, apparve in ombra circa metà del sole.
Quanto il cronista descrive come sorprendente frutto di una predizione era probabilmente il risultato della diffusione di trattati greci e arabi, che dopo l’anno mille portarono in Occidente un corpus nuovo di letteratura scientifica riconducibile ad Aristotele “maestro di color che sanno”, compatibile con le scritture e la teologia cristiana. Al tempo del Ventura i docenti delle scuole ecclesiastiche e delle università provenivano in gran parte dagli ordini religiosi francescano e domenicano: e proprio a quest’ultimo apparteneva frate Lanfranco. Essi custodivano la cultura che trovava il suo nucleo scientifico nel quadrivium, comprendente l’aritmetica, la musica, la geometria e l’astronomia, cioè lo studio delle grandezze in movimento.
Esisteva una correlazione tra astronomia e astrologia: per comprendere le influenze dei corpi celesti sulle fortune umane era necessaria la conoscenza dell’astronomia e l’osservazione dei fenomeni celesti attraverso l’uso di strumenti in cui trovava applicazione  il calcolo trigonometrico. Grazie alla conoscenza del Ciclo di Saros e del Ciclo di Metone era possibile prevedere il manifestarsi di eclissi di sole e di luna che venivano interpretate come fonti di presagi.
Il rione San Lazzaro rievoca l’eclisse di sole del 1261 e immagina le diverse reazioni che suscitò: la dotta  curiosità  dei “Maestri di Chiesa e di Scuola” per i quali è oggetto di studio,  lo  stupore curioso dei nobili  per un fenomeno portentoso, il timore reverenziale del popolo non istruito,  che vede   nell’oscurarsi del sole un segno manifesto della collera divina e un presagio di eventi funesti da  allontanare mediante forme rituali.

 

19 – CANELLI
La sconfitta degli astesi presso Cossano

L’anno 1273, nel mese di marzo, mercanti astesi inviavano a Genova venti ‘torselli’ cioè balle di panno di Francia e venti rotoli di tela. Giacomo e Manfredo, marchesi di Busca e signori di Cossano, si impadronirono delle merci, senza poi  cedere alle immediate minacce di rappresaglia da parte di Asti.
Il Comune di Asti, radunato l’esercito, marciò allora per devastare la località di Cossano, confidando che la tregua stipulata con Re Carlo d’Angiò, allora al culmine del suo potere e signore riconosciuto da una vasta compagine di alleati nel Piemonte meridionale, avrebbe evitato lo scontro diretto.
Invece il giorno di sabato 24 marzo, mentre gli Astigiani erano intenti alla devastazione di Cossano, un esercito formato da Albesi, Provenzali e Francesi inflisse alle truppe del Comune di Asti la più dolorosa sconfitta della sua storia.
Secondo le cifre riportate da Guglielmo Ventura, duemila uomini furono fatti prigionieri, tra i quali lo stesso cronista, e fra i 70 i morti cadde anche il Podestà di Asti, il pavese Bergadano dei Sistri.
Il Comitato Palio di Canelli intende far rivivere questo episodio che portò lutto e sofferenza non solo nella Città di Asti ma nell’intera Valle Belbo, confine naturale delle parti belligeranti.
Dopo le insegne della Città di Canelli, che aprono il corteo storico, sfilano i mercanti astigiani con le balle di panno e di tela guardati a vista da soldati angioini. Incede, d’appresso, la lunga fila dei prigionieri inviati nelle prigioni di Provenza dove rimarranno tra grandi sofferenze per ben cinque anni.
Chiude il corteo storico la salma del Podestà astigiano, recuperata dalle genti della Valle Belbo e trasportata piamente in Santo Stefano per essere restituita poi ai dignitari astesi.

 

20 – BALDICHIERI
Asti firma il patto di alleanza con Tommaso I di Saluzzo

La seconda metà del XIII secolo vede Asti contrapporsi alle mire espansionistiche di Carlo d’Angiò, che, conquistate in breve tempo gran parte delle terre del Piemonte sud-occidentale, era inevitabilmente entrato in rotta di collisione con il potente comune astigiano. Tra aperte ostilità e guerriglia minuta, si assiste a un continuo mutare degli schieramenti che coinvolge tutti i potentati locali, di volta in volta alleati o nemici dell’angioino. Così grazie ai buoni offici di Guglielmo VII di Monferrato, dapprima favorevole poi ostile a Carlo, il 20 luglio 1275 il marchese Tommaso I di Saluzzo, a sua volta insoddisfatto dell’allenza con l’Angioino, firmò una pace con la città di Asti, impegnandosi a far guerra a Carlo d'Angiò a fianco di essa.
Asti fornì a Saluzzo un certo numero di armati e il 30 luglio la Credenza maggiore della città, riunitasi a Quaranta presso Cuneo al seguito dell'esercito, ratificò con grande solennità i patti stabiliti.
Il consiglio di Asti venne convocato "a suon di trombe e a voce di banditore": erano presenti membri di 95 famiglie, rappresentate in modo proporzionale alla loro nobiltà e ricchezza. Tra di esse vi erano i Solaro, gli Alfieri, i Bergognino, i Pallido, i Roero, gli Asinari, i Pelletta e i Testa.
Il comune di Baldichieri intende rievocare la stipula dei patti che legavano la città di Asti al marchese Tommaso I di Saluzzo. I boni homines che formavano la Credenza maggiore assistono il podestà Guido Scarso e il capitano Oberto Spinola che, sotto le insegne di Asti e del suo Santo patrono, firmano i documenti attestanti il patto. A partecipare all'evento, oltre ad un cospicuo drappello di soldati, i rappresentanti di quasi tutte le nobili famiglie astesi. Nella sfilata è rappresentato anche il marchese Guglielmo VII di Monferrato, abile e fine diplomatico, che mediò la trattativa tra Asti e Saluzzo.

 

21 – TANARO
Il merchatus herbarum e le ortolane di Tanaro.

In epoca medievale gli ortaggi godettero di una capillare diffusione su tutte le mense, sia dei ricchi, sia dei poveri, fornendo un'integrazione qualitativa di notevole importanza al regime alimentare quotidiano.
Oltre che dalla produzione diretta degli orti di proprietà, destinata all'autoconsumo, il fabbisogno delle città era soddisfatto principalmente dall'attività degli ortolani professionisti, abili ed instancabili coltivatori delle aree suburbane più fertili e più facilmente irrigabili.
Ad Asti già nell'XI secolo il Vivarium, cioè la zona destinata alle colture orticole, appare attestato a sud della Città, lungo le rive del Tanaro.
Le sue produzioni alimentavano un vivace mercato che come negli altri centri dell'epoca veniva definito "merchatus herbarum", cioè "mercato delle erbe".
La vendita degli ortaggi era gestita dalle ortolane, che quotidianamente portavano in città il prodotto delle fatiche proprie e dei loro congiunti.
Era un mestiere "povero", umile e duro, ma fondamentale per la vita della Città, che lo incoraggiava e lo tutelava con accorte disposizioni.
La vendita degli ortaggi per esempio godeva dell'esenzione dal pagamento del plateatico e dei pedaggi, e poteva essere esercitata quotidianamente, anche nei giorni festivi.
Il vociante, colorito e pittoresco mercato delle Erbe aveva una sua specifica collocazione, forse studiata per ottimizzarne l'assetto logistico e al tempo stesso per non intralciare il mercato "ricco" delle stoffe e delle merci preziose.
Per un lunghissimo periodo esso si svolse lungo l'attuale via Incisa, ma dopo il 1470 fu trasferito nella parte nord dell’attuale piazza Statuto,  nota ancor oggi anche come "piazza delle Erbe".
Per molti secoli le albe della città furono scandite dall'arrivo delle donne, che dagli orti in riva al fiume ne riempivano il cuore di voci, di colori, di profumi e di sapori.



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