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La visita della vecchia signora

Lunedì 21 febbraio 2005

Gli Ipocriti e Mercadante Teatro Stabile di Napoli presentano

ISA DANIELI
in
LA VISITA DELLA VECCHIA SIGNORA
di FRIEDRICH DÜRRENMATT

con
MASSIMO FOSCHI
e con
VIRGINIA DA BRESCIA GIUSEPPE DE ROSA LOMBARDO FORNARA

ELENA CEPOLLARO GINO DE LUCA VITO FACCIOLLA FRANCESCO LARUFFA GIUSEPPE MASTROCINQUE SALVATORE MISTICONE PATRIZIA MONTI
ADRIANO MOTTOLA ANDREA MUGNAI SANDRO PALMIERI ERNESTO PARISI PAOLO POLLIO

scene BRUNO BUONINCONTRI costumi SILVIA POLIDORI musiche PASQUALE SCIALÒ luci CESARE ACCETTA

regia ARMANDO PUGLIESE

 

Nota dell’Autore
La visita della vecchia signora è una storia ambientata in una cit-tadina qualsiasi dell’Europa centrale, scritta da uno che non prende affatto le distanze dai suoi protagonisti e che non è poi tanto sicuro se si sarebbe comportato diversamente da loro. Io descrivo uomini, non marionette; un’azione, non un’allegoria; costruisco un mondo, non una morale, come qualcuno ha insinuato: anzi, non cerco nean-che di confrontare la mia commedia col mondo, poiché tutto ciò ac-cade spontaneamente, almeno fi nché il pubblico è parte integrante del teatro. Un’opera teatrale, per me, vive nello spazio che le offre la scena, non nei panni di uno stile, qualunque esso sia. Se gli abitanti di Güllen giocano agli alberi, non lo fanno per spirito surrealistico, ma per sospingere quella storia d’amore un po’ penosa che ha per scenario questo bosco – gli approcci di un vecchio nei confronti di una vecchia – in uno spazio teatrale poetico, dandole un minimo di dignità. Alla base del mio lavoro di scrittore c’è una profonda fi ducia nel teatro, nell’attore. Io dico: come un organismo si chiude in sé formando una pelle, un involucro esterno, così un’opera teatrale si chiude in sé tramite la lingua. E l’attore fornisce la lingua, non altro è il suo prodotto, la sua creazione. Penso che il lavoro dell’attore sia riprodurre questo prodotto dello scrittore. Quello che è artifi cio deve ora apparire naturale. Se si interpreta in modo giusto il primo piano fornito da me, lo sfondo verrà delineandosi da solo. Non credo di far parte dell’avanguardia attuale, benché, certo, anch’io abbia una teoria artistica (con quante cose ci si può divertire): ma me la tengo per me come un’opinione personale (se no, magari, mi troverei anche a doverla rispettare), preferendo passare per un candido privo di am-bizioni formali. I risultati migliori si otterranno mettendomi in scena con un occhio alla commedia popolare, trattandomi come una specie di Nestory consapevole. Si rispettino le mie trovate rinunciando alla profondità di pensiero, si badi a cambiare scena di continuo, senza usare il sipario, si mantenga una recitazione essenziale anche nella scena in macchina, per la quale si userà preferibilmente un attrezzo scenico fornito soltanto delle parti indispensabili all’azione, sedile, volante, paraurti, l’auto vista da di fronte con i sedili posteriori rialza-ti: ma tutto questo, naturalmente deve essere nuovo, nuovo come le scarpe gialle ecc. (Questa scena non ha niente a che fare con Wilder – perché? Esercizio dialettico per i critici). Claire Zachanassian non impersona né la giustizia né il piano Marshall e tanto meno l’Apo-calisse; che sia semplicemente quello che è: la donna più ricca del mondo, che grazie al denaro può agire come un’eroina della tragedia greca, assoluta, crudele. Medea mettiamo. Se lo può permettere. La signora non manca di senso dell’umorismo, deve essere chiaro, per-ché verso la gente ha lo stesso distacco che si ha verso la merce; distaccata anche da se stessa, possiede poi una grazia singolare, un fascino malvagio. Ma a forza di muoversi al di fuori del consesso umano è diventata qualcosa di immutabile, di rigido senza possibilità di sviluppo ulteriore, a meno di non pietrifi carsi in idolo. È un’ap-parizione poetica al pari del suo seguito. Se l’impassibile Claire Za-chanassian ha statura eroica fi n dall’inizio, il suo anziano amante la deve acquistare. Lurido bottegaio, egli cade nelle grinfi e di lei, ignaro. Colpevole com’è, all’inizio egli crede che la vita abbia da sola cancel-lato tutte le sue colpe. Un bruto insensibile, un semplicione nella cui mente, a poco a poco, si fa strada un barlume di coscienza, attraverso la paura, il terrore... Accanto ai protagonisti ci sono gli abitanti di Güllen, gente comune, come tutti noi. Non bisogna dar loro tratti malvagi, tutt’altro; dapprima sono decisi a respingere l’offerta; se poi fanno debiti non è col proposito di uccidere Ill, ma per leggerezza, con l’idea che tutto si arrangerà. Soltanto la famiglia tenta di con-vincersi fi no alla fi ne che tutto si aggiusterà: anche in essa non c’è cattiveria, soltanto debolezza, come in tutti. È il processo per cui una comunità cede a poco a poco alla tentazione, cedimento esemplare, ma che deve essere reso plausibile. La tentazione è troppo grande, la povertà troppo dura. La visita della vecchia signora è una commedia cattiva: proprio per questo deve essere recitata non con cattiveria ma con la massima umanità; con tristezza, non con rabbia; ma anche con umorismo, perché niente gioverebbe meno a questa commedia... che una soverchia e arida serietà.

Tratto da: «Lo scrittore nel tempo» Scritti su letteratura, teatro e cinema Edizione Einaudi, 1982


Nota di regia
La sfida teatrale che mi pone il testo di Dürrenmatt mi si prospetta di grande interesse: come arrivare alla tragedia dei signifi cati attraverso il paradossale dipanarsi della vicenda e il grottesco di quei magnifi ci personaggi?
Come far giungere al pubblico la complessità della dialettica fra svi-luppo economico e potere del denaro da un lato, ed etica individuale e collettiva dall’altro? Come addentrarsi nei meandri di un fato an-cestrale senza tradire i veicoli del ridicolo utilizzati dall’autore nella sua scrittura?
Come interpretare il contrapporsi del percorso della vittima designa-ta a quello della collettività?
Come affrontare la tematica del tradimento di cui tutto il testo è permeato? (Chi tradisce chi? Alfredo Ill, in gioventù, tradisce la Za-chanassian, così come giudici corrotti e falsi testimoni tradiscono la Giustizia nel paese di Güllen. Ma gli stessi abitanti di Güllen tradi-ranno Alfredo Ill, che da carnefi ce diventa vittima, e che nella sua solitudine angosciata fi nisce per accettare rassegnato la sua colpa, quindi il suo destino).
E come disegnare la complessità simbolica della Vecchia Signora nel-l’arco del suo imperscrutabile ed ineluttabile cammino?
Ma soprattutto come restituire sulla scena quel tessuto di ritornanti nostalgie, di mesta poesia che traspare dall’amaro e terribile senti-mento amoroso della signora, al di là di ogni e qualsiasi simbologia... La risposta viene da un appunto di Dürrenmatt: «La visita della vecchia signora è una storia che si svolge in una cit-tadina in qualche parte dell’Europa centrale, scritta da uno che non si distanzia affatto da questa gente e che non è sicuro che egli agirebbe diversamente: che altro vi sia nella storia non c’è bisogno di dirlo qui, né di rappresentarlo sul teatro...
...io descrivo uomini non marionette, un’azione, non un’allegoria, presento un mondo, non una morale, come mi si attribuisce talvolta di fare, anzi non cerco neanche di porre il mio lavoro al confronto col mondo, perché ciò avviene automaticamente fi ntantoché nel teatro esiste anche il pubblico...
La vecchia signora è un dramma crudele, ma proprio per questo deve essere rappresentato non crudelmente, ma nel modo più umano, con tristezza ma non con ira, ma anche con umorismo, poiché niente è più dannoso che un’ottusa serietà per questa commedia che fi nisce tragicamente....» Ho affrontato la regia di La visita della vecchia signora con un im-pegno ed una forza nuovi soprattutto perché amici di sempre, a cui sono legato da tanto teatro condiviso e da profondo affetto, hanno voluto affi darmela in un momento particolare della mia vita. Avrà per me un valore diverso.

Armando Pugliese


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