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BLUES AL FEMMINILE 18^ Edizione Ottobre-novembre-dicembre 2008

La rassegna  BLUES AL FEMMINILE è organizzata dall’Assessorato alla Cultura in collaborazione con l’Associazione Culturale Centro Jazz Torino.


Ingresso ai concerti   6 euro

SALA PASTRONE  - TEATRO ALFIERI  Via Al Teatro 2

 





Blues al Femminile
continua il suo viaggio tra le voci più genuine e rappresentative del panorama musicale afroamericano  e  celebra la sua diciottesima  edizione con un programma, com’è sua consolidata tradizione, stilisticamente molto articolato.
Ad oltre un secolo dalla sua nascita, quello del blues è ancora un linguaggio dinamico e ben radicato nella società americana : un linguaggio insieme schietto e variegato che, pur rimanendo in gran parte fedele ai suoi valori tradizionali, continua a mostrare una rimarchevole modernità di espressione, a riflettere creativamente i cambiamenti culturali in corso e ad influenzare, come ha sempre fatto, un ampio ventaglio di altre forme musicali – dal country allo hip-hop, dal jazz al rock’n’roll.

La presenza femminile, determinante in passato nel definirne idioma, stili e umori è tuttora rilevante e lo dimostrano le protagoniste della diciottesima edizione di Blues al Femminile, come di consueto “inedite” per l’Italia,  testimoni esemplari della perdurante vitalità del blues, nelle sue varianti profane e jazzistiche e nella sua parallela espressione religiosa, il gospel battista e pentecostale.

Ad inaugurare la rassegna, il 21 ottobre, sarà la versatile Edye Evans Hyde di Grand Rapids, Michigan, elegante interprete di quel repertorio jazz-soul che ha caratterizzato grandi  voci femminili, come Betty Carter, Aretha Franklin e Diana Ross;  seconda interprete del programma, il 28 ottobre, sarà Faye Carol da San Francisco, California, interprete vivace del grande repertorio degli standard americani tra jazz e blues in una veste stilistica molto personale, eccentricamente bebop e non priva di richiami a Billie Holiday;   la terza proposta, il 18 novembre,  sarà la portentosa ed esplosiva Alexis P. Suter proveniente  da New York ed  appartenente a quella nutrita schiera di artisti afroamericani di seconda generazione che stanno rinnovando la scena blues del nuovo secolo. Come consuetudine la rassegna si chiude nel mese di dicembre con un omaggio alla musica religiosa: provenienti  da Earle, una piccola città nei dintorni di West Memphis, il 2 dicembre, si potranno ascoltare le impetuose e ipnotiche  Selvys Gospel Singers  in rappresentanza dei  valori più profondi ed esplosivi del gospel dell’Arkansas, un gospel che è fieramente, impetuosamente tradizionale e al contempo danzante su un moderno respiro funky.

 

Martedì 21  ottobre ore 21


EDYE EVANS HYDE SEXTET


Edye Evans Hyde
, voce
Rob Smith, tromba e sassofono
Mike Hyde, chitarra
Terry Lower, pianoforte
Elgin Vines, contrabbasso
Jim Ryan, batteria

La versatilità jazz-soul tipica di tante sciantose del Midwest si apprezza oggi in una raffinata e dinamica artista di Grand Rapids, Michigan, che al pari del suo grande modello, Nancy Wilson, combina felicemente il talento di cantante a quello di attrice teatrale, cinematografica e televisiva. Protagonista di musical come Ain’t Misbehavin’ e Smokey Joe’s Cafè, Edye Evans Hyde presta a classici blues e ballate di Billie Holiday o Joe Williams una vocalità fluida e personale, che sa essere ora arguta e maliziosa, dai gentili e liquidi chiaroscuri (apprezzabili anche nei gustosi assoli in scat), ora sobriamente bluesy e accigliata, dalle belle ombreggiature brune.

Martedì 28 ottobre ore 21


THE DYNAMIC MISS FAYE CAROL AND HER QUARTET


Faye Carol,
voce
Kito Gamble, pianoforte
Howard Wiley, sassofono
Marcus Shelby, contrabbasso
Darrell Green, batteria

Da tempo protagonista dei grandi festival nordcaliforniani, Faye Carol aggiunge al ricco scenario vocale di San Francisco una sua immagine di interprete al contempo verace, elegante e capricciosamente creativa, capace di calarsi nel grande repertorio standard americano con una peculiare e accattivante combinazione di aplomb e swing. Originale raconteuse, Faye sa miscelare colloquiale emozionalità bluesy e bizzosa astrazione jazz, suggerendo echi di Abbey Lincoln, Betty Carter o Eddie Jefferson senza mai abbandonarsi all’imitazione e cercando sempre una viva personalizzazione nella lettura di classici di Duke Ellington, Jimmy Van Heusen o Billie Holiday.

Martedì 18 novembre  ore 21


ALEXIS P. SUTER BAND


Alexis P. Suter,
voce solista
Vicki Bell, voce

Linda Pino, voce
Jimmy Bennett, tastiere
Peter Bennett, basso
Ray Grappone, batteria

Figlia d’arte (la madre, come vocalista, lavorò con giganti come Mahalia Jackson e Harry Belafonte), la portentosa ed esplosiva Alexis P. Suter è cresciuta a contatto con la veemente e predicatoria intensità della scena gospel newyorkese: ma ha via via accolto nella sua immagine artistica elementi della sanguigna eloquenza blues di Ruth Brown o del dinamismo e della dialettica soul di War o di Isaac Hayes. Il contralto fuligginoso e imperioso di Alexis è uno strumento mirabile che spazia dal puro funk di “All Night Long” alla notturna ferocia rock-blues di “Rollin’ and Tumblin’”, toccando a volte corde di commossa vulnerabilità, come nella sua suggestiva versione del “Louisiana 1927” di Randy Newman.

 

Martedì 2  dicembre ore 21 TEATRO ALFIERI


THE SELVYS GOSPEL SINGERS


Jessica Selvy Davis,
voce
Joni Selvy Brown, voce
Jacklyn Selvy, voce
Jennifer Selvy Carr, voce
Jarrett Selvy, tastiere

Moderne rappresentanti dei valori profondi del gospel dell’Arkansas, le quattro poderose Selvys testimoniano la loro fede cristiana con l’irruenza e la fisicità elettrizzante che era della loro conterranea Rosetta Tharpe, permettendo “allo spirito di Dio di emergere attraverso le loro voci e i loro corpi.” Su temi dal frenetico impeto o in melodie di ieratica ariosità, la loro combinazione di solismo e armonia, di testimonianza religiosa ed emotiva, è magnetica ed esuberante e costantemente specchiata – sul palcoscenico – da coreografie di una grazia fiera e imponente.

 

EDYE EVANS HYDE SEXTET

Edye Evans Hyde, voce
Rob Smith, tromba e sassofono
Mike Hyde, chitarra
Terry Lower, pianoforte
Elgin Vines,
contrabbasso
Jim Ryan, batteria

Jazz e blues, gospel e soul: il Michigan (e non solo la sua metropoli, la città dei motori, Detroit) è uno dei grandi Stati della musica afroamericana. E nel suo formidabile panorama (popolato da autentici maestri come John Lee Hooker, Stevie Wonder, i fratelli Jones, Hank, Thad e Elvin) piccano per eloquenza e creatività un gran numero di importanti voci femminili – Della Reese, Betty Carter, Aretha Franklin, Dee Dee Bridgewater, Betty Lavette, Diana Ross, Laura Lee, quella stessa Betty Joplin che è stata protagonista di passate edizioni di Blues al Femminile.
La stessa qualità e versatilità jazz-soul che caratterizza queste dive si apprezza oggi in una dinamica sciantosa di Grand Rapids, nella parte occidentale dello Stato: Edye Evans Hyde, da oltre vent’anni attiva tra i locali del Michigan, della California e dell’Estremo Oriente.

Al pari della grande interprete a cui stilisticamente più si richiama, Nancy Wilson (anch’ella, nativa dell’Ohio, creatura della regione dei Grandi Laghi), e di molte altre importanti vocaliste del Midwest, Edye alterna e combina felicemente il talento di cantante a quello di attrice. Sulle scene teatrali, ha esercitato il suo charme, la sua presenza vibrante e la sua fluida eloquenza in musical ispirati alle canzoni di Fats Waller (Ain’t Misbehavin’), Billie Holiday (Lady Day at Emerson’s Bar and Grill) e Leiber & Stoller (Smokey Joe’s Cafè), e in altre popolari commedie musicali contemporanee, come Dreamgirls e Little Shop of Horrors.
E’ apparsa inoltre in film come Why Do Fools Fall in Love e To Live and Die in Dixie e in un serial televisivo per ragazzi, Come On Over, ambientato nel suo Michigan. Nelle vesti di pura cantante, Edye Evans Hyde ha diviso il palcoscenico con leggende del R&B e del jazz come Linda Hopkins e Ray Charles e ha interpretato dal vivo il repertorio del suo eccellente album Girl Talk con orchestre sinfoniche del Michigan: esibendo in classici come il brano del titolo, gentilmente funkizzato, o come il blues di Joe Williams, “All Right OK You Win”, e il davisiano “All Blues”, una vocalità ora arguta e maliziosa, dai gentili e liquidi chiaroscuri (apprezzabili anche nei suoi assoli in scat), ora sobriamente bluesy e accigliata, dalle belle ombreggiature brune. Rimarchevoli sono anche le sue letture dell’intenso e nostalgico “Lush Life” di Billy Strayhorn e dello swingante e solare “I’ve Got the World on a String” di Harold Arlen: e suggestive le sue avventure latine in “Wave” e “Mas Que Nada”.

 

THE DYNAMIC MISS FAYE CAROL AND HER QUARTET


Faye Carol,
voce
Kito Gamble, pianoforte
Howard Wiley, sassofono
Marcus Shelby, basso
Darrell Green, batteria

San Francisco e la Bay Area vantano sin dagli anni Venti e Trenta un importante scenario musicale afroamericano: le comunità nere di Oakland, di Richmond, di Vallejo, di Berkeley e del quartiere sanfranciscano di Fillmore erano sin da allora animate da intriganti formazioni jazz, da dinamici pianisti barrelhouse e boogie woogie, da vibranti cori e gospel quartet.  Come avvenne per Los Angeles, anche l’area di San Francisco conobbe nel periodo bellico una formidabile immigrazione dagli Stati del Sud-Ovest, e a questa si accompagnò una crescita spettacolare del circuito jazz, blues e gospel, stimolata dalla presenza di figure carismatiche come Saunders King, Jimmy McCracklin o  King Louis H. Narcisse.  La vocalità femminile, nella Bay Area dei decenni postbellici, si è affermata attraverso personalità talora prorompenti e talora raffinatissime: Etta James, Sugar Pie DeSanto, Lady Bianca, hanno portato una varietà di accenti terragni nel linguaggio Rhythm & Blues e soul, Billie Poole, Patti Cathcart, Mary Stallings, Denise Perrier (le ultime due note al pubblico di Blues al Femminile) hanno innervato di colori gospel il panorama jazzistico. A queste gloriose jazz ladies sanfranciscane va aggiunta la grintosa e sanguigna Faye Carol, originaria di Meridian, Mississippi, e cresciuta  a Pittsburg, ai confini estremi della East Bay.
Da tempo protagonista dei grandi festival nordcaliforniani (quelli jazz e blues di Monterey, di Berkeley, di San Jose) e dei più illustri club della Baia, da Yoshi’s al Great American Music Hall), Faye reca una sua immagine di interprete al contempo verace, elegante e capricciosamente creativa, capace di calarsi nel grande repertorio standard americano con una peculiare e accattivante combinazione di aplomb e swing. Sabbiosa e irrequieta, segnata da ritardi, asimmetrie e graffianti eccentricità, la sua voce inconfondibile racconta ogni canzone con una sorta di sofferta nonchalance, tra colloquiale emozionalità bluesy e bizzosa astrazione, evocando – in “Willow Weep for Me” come in “I Thought About You” o in un “All of Me” che le permette di esaltare la sua furente immaginazione di “scatter” – echi di Billie Holiday,  Abbey Lincoln e in particolare Betty Carter e Eddie Jefferson, senza mai abbandonarsi all’imitazione o al puro omaggio e cercando sempre una personalizzazione che si fissa a fondo nella memoria di chi ascolta. Sul palcoscenico, nel corso degli anni, Faye Carol si è unita a giganti del jazz e del blues come Ray Charles e Charles Brown, Pharoah Sanders e Bobby Hutcherson, Albert King e Vi Redd, Cleanhead Vinson e Gene Ammons. Come solista, vanta diverse registrazioni significative, tra cui l’album del 1982 Classic Caroling (con il sax tenore Joshi Marshall e letture di classici come “Sophisticated Lady” e “Teach Me Tonight”), The Flow del 1996, che rivelò l’intenso rapporto dialettico con il brillante pianismo della figlia Kito Gamble attraverso letture estrose di “The End of a Love Affair” (su un respiro largo, ansiogeno) e “Long John Blues” (in chiave funky),) e il più recente the Dynamic Miss Faye Carol (2002), in bell’equilibrio tra il bebop (uno scatenato “Groovin’ High”) e la ballad ellingtoniana (“I’m Just a Lucky So and So”, un lunare “Mood Indigo”) dilatata con singolari accenti e ombre blues.

 ALEXIS P. SUTER BAND                                                           


Alexis P. Suter
, voce solista
Vicki Bell, voce
Linda Pino, voce
Jimmy Bennett, tastiere
Peter Bennett, basso
Ray Grappone, batteria

Newyorkese di Brooklyn, la portentosa ed esplosiva  Alexis P. Suter appartiene a quella nutrita schiera di artisti afroamericani di seconda generazione che stanno rinnovando la scena blues del nuovo secolo: assieme a Shemekia Copeland, figlia del bluesman texano  Johnny Copeland, a  Syleena Johnson, che deve nome e talento al padre Sy Johnson, uno dei miti del soul di Chicago, e – sul versante maschile - a Eric Bibb, ispirato dal padre, il cantante folk Leon Bibb, e a Guy Davis, figlio di una coppia di grandi attori di Broadway e Hollywood, Ossie Davis e Ruby Dee.
La madre di Alexis, Carrie, era un’insegnante di musica e una cantante di grande talento che lavorò con figure leggendarie della scena gospel e folk, da Mahalia Jackson a Harry Belafonte a Sister Rosetta Tharpe: e che espose la figlia alla vibrante intensità dell’espressione religiosa nera sin da bambina, integrandola già all’età di quattro anni nella propria corale e facendola partecipare a concerti e a musical di ispirazione gospel.
Dotata di un contralto tonante e scurissimo, tendente alla tessitura del baritono,  Alexis P. Suter ha sempre conservato la veemente naturalezza e il senso predicatorio dell’educazione gospel: ma ha via via accolto nella sua personale immagine artistica la sanguigna e voluttuosa eloquenza blues di Ruth Brown, il dinamismo funky di gruppi come War e il tornito e suadente rapping e crooning di Isaac Hayes, il “Mosè Nero” del Memphis Sound.
Stella di scenari underground oltre che solista con cori gospel newyorkesi, Alexis ha rivelato di recente tutta la sua incendiaria emozionalità come attrazione della band del popolare rocker sudista Levon Helm e con un album a suo nome su etichetta Hipbone.
Intitolato Shuga Fix e composto interamente di temi originali, il disco è dominato dal singolarissimo, quasi mascolino strumento vocale della Suter, con la sua grana fuligginosa e il suo fremito imperioso: uno strumento che spazia dal puro funk di “All Night Long” alla notturna ferocia rock-blues di “Rollin’ and Tumblin’” (con echi di Howlin’ Wolf) e che acquista una straordinaria presenza drammatica in ballate soul-blues come “Never” e in brani dal piglio celebrativo e gospelizzante come “More to This”. C’è anche un lato sorprendentemente vulnerabile nella sua muscolosa vocalità, e Alexis lo ha rivelato  rivisitando il suggestivo bozzetto di Randy Newman, “Louisiana 1927”, che lei ha aggiornato nei riferimenti politici e dedicato, commossa, alla New Orleans tragicamente ferita dall’uragano Katrina.  Lo stesso brano è una delle highlights del  Cd/DVD registrato dal vivo nello studio di Helm (Live at the Midnight Ramble). Qui, attraverso un eccitante percorso di temi di sua composizione come “Sister Mary”, “Teacher Man” o “Hole That I’m In” (ma anche classici quali “I’m a Ram” di Al Green e “Built For Comfort” di Willie Dixon), un ardente interplay con la band del chitarrista Jimmy Bennett e del tastierista Bruce Katz e un ben contrastato gioco dialettico con le voci di accompagnamento, Alexis P. Suter conferma tutta la sua devastante impetuosità di sciamana e storyteller blues, la più autentica, magnetica e coinvolgente nel melting pot musicale di questo inizio di secolo. Ma la sua crescita è continua: e il recentissimo Just Another Fool aggiunge squisiti quadretti acustici come “In The City” e episodi di introspettiva e tormentosa eloquenza come “Imagination”, “You Don’t Know Me” e la soul ballad del titolo.
                                                                                                                                

THE SELVYS GOSPEL SINGERS


Jessica Selvy Davis, voce
Joni Selvy Brown, voce
Jacklyn Selvy, voce
Jennifer Selvy Carr, voce
Jarrett Selvy, tastiere
Jeffery Selvy, Jr., batteria
                                              

Insieme ai due stati contigui, il Mississippi e il Tennessee, dai quali è separato dal corso del Grande Fiume, l’Arkansas rappresenta la culla del blues. Lo Stato del Presidente Clinton ha dato i natali, tra i molti altri, a grandi innovatori come Big Bill Broonzy, Rice Miller, Louis Jordan, e a piccoli maestri di fine Novecento come Luther Allison e Son Seals, oltre che a creativi bluesmen bianchi come Charlie Rich e Johnny Cash. Ma l’Arkansas, tra l’area fluviale del Delta, le highlands e la capitale Little Rock ha sempre vantato anche un formidabile scenario di musica religiosa, rappresentato a livello nazionale dalla diva del gospel Sister Rosetta Tharpe e da voci come quelle di Johnnie Taylor e Al Green, sempre in equilibrio tra gospel e soul. Dal 1988 le  figlie dell’”Apostolo” Jesse Selvy e della “Profetessa” Johnnie Selvy, rappresentano dalla loro base di Earle, una cittadina nei dintorni di West Memphis, i valori più profondi ed esplosivi del gospel dell’Arkansas, un gospel che è fieramente, impetuosamente tradizionale e al contempo danzante su un moderno respiro funky.
Conosciute come The Selvys, Jessica, Jennifer, Joni, Jacklyn  (la ricorrenza dell’iniziale “J”, presente nei nomi di tutti i membri della famiglia, è un palpabile richiamo a Jesus, del quale si definiscono “ambasciatrici”) testimoniano la loro fede cristiana con l’irruenza e la fisicità elettrizzante che era di Rosetta Tharpe, permettendo – come osservano in una chiesa di Blytheville, Arkansas – “allo spirito di Dio di emergere attraverso le loro voci e i loro corpi.”  Nella rivisitazione del classico “Dry Bones”, che si combina al frenetico e bizzosamente macabro “You Ain’t Dead No More”, o nelle ballad di ariosa e ieratica intensità,  come “Born Again”, o in temi dalla celebrativa funkiness religiosa, come “God Is”, il loro sound è robusto e ampio, denso e ipnotico, e il rapporto dialettico tra le soliste (Jennifer con tutta la sua potenza, Jessica con la sua verace passionalità) e le sorelle, che armonizzano con fiera e vibrante determinazione, si basa su una furia ritmica portentosa, travolgente.
E sul palcoscenico, da quello prestigioso dello Chicago Gospel Festival a quello del più umile revival sudista, questo mirabile swing religioso spinge le Selvys, con le loro silhouette massicce (quattro quintali di heavenly joy), a muoversi in coreografie dalla grazia imponente, singolarissima, che rispecchiano la luminosa e magnetica esuberanza dei loro messaggi canori: messaggi che tanto attraverso i veementi richiami biblici e il vivido linguaggio contemporaneo della loro scrittura originale quanto attraverso la profonda poesia spirituale di standard del gospel e del gospel-soul, come “Go Tell It on the Mountain”, “Surely God Is Able” o  “People Get Ready”, toccano la sensibilità collettiva e scuotono le coscienze individuali del  pubblico.


Associazione Culturale Centro Jazz Torino
Via Pomba 4 10123 Torino tel. 011 884477 fax 011 8126644
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