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MONS. UMBERTO ROSSI (EROICO E SANTO VESCOVO DI ASTI)

Casorzo (Asti), 1/4/1879 – Asti, 6/8/1952
Nella prima domenica di maggio del 2004, che ha aperto solennemente le feste patronali, il Vescovo di Asti, mons. Francesco Ravinale, ha ricevuto dal Prefetto di Asti Giuseppe Urbano – all’interno della basilica-collegiata di San Secondo – la Medaglia d’Argento al valor civile alla memoria di un suo eroico predecessore: mons. Umberto Rossi (1879/1952).
E’ stato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in data 05 settembre 2003, a sottoscrivere il Decreto con cui viene conferita quest’alta onorificenza. "Vescovo di Asti – si legge nella motivazione annessa al D.P.R. – nei drammatici anni della seconda guerra mondiale, con generoso slancio pastorale e incurante dei gravi rischi personali, si portò instancabilmente da un paese all’altro della propria Diocesi per liberare ostaggi, scongiurare rappresaglie, salvare un condannato a morte, nonchè per portare una parola di conforto dove guerra e violenza lasciavano distruzione e rovine".
La Medaglia d’Argento all’eroico Pastore della Diocesi Astese va ad aggiungersi (come un grande ramo d’albero saldo ed unito al suo tronco), a distanza di soli sei anni, alla Medaglia d’Oro al valor militare concessa, con D.P.R.17 maggio 1996, alla Provincia di Asti. Nella motivazione della Medaglia d’Oro, che fu consegnata dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il 16 maggio 1997 con cerimonia solenne in piazza Alfieri, si può scorgere un’anticipazione del perché di questa seconda Medaglia assegnata in Asti: la nostra Provincia, tra l’altro, "schierò un clero generosamente a fianco degli oppressi".
Ma vediamo qual è, in breve, la storia di questo Vescovo, tornato alla ribalta dopo oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa.
Umberto Rossi compì gli studi nel seminario di Casale, e all’Apollinare di Roma si laureò in filosofia e teologia. Ritornato in diocesi, venne ordinato sacerdote il 29 giugno 1902. Dopo due anni soltanto venne promosso canonico teologico della Cattedrale di Casale. Ricoprì tale carica per 17 anni: fu professore di Sacra Scrittura e Assistente Federale della Gioventù Cattolica.
Il 13 giugno 1921 mons. Rossi fu nominato vescovo di Susa e all’Azione Cattolica consacrò gran parte del suo tempo e delle sue energie. Nel 1922 fece costruire una nuova cappella-rifugio sul Rocciamelone, all’altezza di 3535 metri. Nel 1925 indisse e guidò personalmente un pellegrinaggio diocesano che si spinse fino alla vetta. Il 10 agosto 1930 incoronò la Madonna del Rocciamelone.
Il 14 maggio 1932 Pio XI lo promosse alla sede di Asti, ove fece il suo ingresso il 3 luglio. Era il 104° successore di Sant’Evasio. Mons. Rossi guidò la diocesi di Asti per vent’anni e in essa profuse tutta la sua grande esperienza e pratica pastorale.
Silenzioso, umile e modesto, paterno e premuroso, mons. Rossi espose tante volte la sua vita per salvare quella altrui. Nelle tragiche giornate del triennio 1943-’45, la condotta del vescovo di Asti fu ammirevole. A 65 anni d’età intraprendeva una nuova particolare missione per il bene della sua diocesi.
Dopo undici mesi di permanenza dell’invasore tedesco in Asti (il 9 settembre 1943 i tedeschi preceduti da aerei e carri armati presero possesso della città e della provincia), ancorchè non fossero mai avvenuti contatti di nessun genere col Platzkommandantur (Comando di piazza), il 9 agosto 1944 il vescovo Rossi veniva prelevato da SS naziste e portato al paese di Grana (diocesi di Casale) dove i partigiani avevano fatto alcuni prigionieri tedeschi.
La missione del vescovo era questa: di liberare "assolutamente" le SS altrimenti i "camerati" avrebbero messo a ferro e fuoco il paese. GRANA per suo intervento fu salvo. Lo stesso avvenne per MOMBERCELLI (17 agosto); ROCCHETTA TANARO (31 agosto); SCURZOLENGO, CALLIANO e nuovamente GRANA (2 settembre); CASTAGNOLE M.TO (7 settembre); ISOLA D’ASTI (16 settembre); BALDICHIERI (8 ottobre); MONTAFIA (17 ottobre); VILLAFRANCA, PORTACOMARO, CASTELLO D’ANNONE (10-11 novembre).
Con il crescere della forza partigiana e con la recrudescenza della cocciutaggine nazi-fascista i casi si moltiplicarono a dismisura. Ragione per cui il Vescovo unì alla sua fatica la collaborazione di molti sacerdoti: mons. Secondo Stella rettore del seminario; il canonico Mario Scarabello segretario vescovile; don Massimo Sigliano; don Paolo Morando; i salesiani della Colonia di Canelli: don Alessandro Feltrin, don Alberto Negri e don Giovanni Pecoraro; i cappellani dei partigiani: don Eraldo Armosino, don Ambrogio Ceriani, don Stefano Pio, don Aldo Grasso e don Federico Bosticco (questi ultimi quattro dei Padri Giuseppini) e diversi parroci e vicecurati della diocesi di Asti.
Malgrado l’opera instancabile del Pastore, alcuni episodi incresciosi hanno lasciato testimonianze impressionanti della crudeltà nazi-fascista: la distruzione dell’intera Borgata Calcini (Refrancore) e di Valmellana (Cisterna) avvennero in un modo brutale.
Uno degli esponenti più noti del clero sandamianese, anche per il suo atteggiamento antifascista di sempre, fu mons. Ercole Armosino, parroco della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano.
Mons. Armosino, in seguito ad un attentato compiuto dai partigiani di Cisterna il 6 ottobre 1944, nel centro di San Damiano, contro un autocarro tedesco, venne preso in ostaggio e trasportato a Bra assieme con altri 23 sandamianesi.
Subito si pensò di avvisare mons. Rossi dell’accaduto. Nonostante diluviasse, la presidente delle giovani di Azione Cattolica Emilia Balsamo decise di partire per Asti in bicicletta. Al "Rondò" di San Damiano si aggiunse alla coraggiosa Presidente anche Anna Monticone.
Le due donne passarono il posto di blocco di Vaglierano. Giunte a Revignano, invece di proseguire per la statale 10 soggetta a continui mitragliamenti, presero una via secondaria che giungeva al posto di blocco di corso Alba. Rischiarono parecchio perché potevano essere arrestate come spie. Dopo aver assato anche questo secondo posto di blocco, con tutti i vestiti fradici di pioggia, giunsero in vescovado.
Il vescovo si recò subito a San Damiano e nei giorni 9 e 10 a Pollenzo e Bra. La missione non fu facile. Pare che i tedeschi si rifiutassero di trattare anche dopo che il vescovo era riuscito ad ottenere dai partigiani la restituzione dell’autocarro con tutta la merce sottratta.
Nel pomeriggio di lunedì 9 ottobre 1944, viste inutili le trattative col capitano tedesco di Bra, imitando quello che già altri vescovi avevano fatto, si offrì come ostaggio in cambio della liberazione dei prigionieri. Il capitano, di fede protestante, rimase impressionato dall’offerta del vescovo, ma non cedette subito.
Al mattino del 10 ottobre 1944 il vescovo si portò nuovamente a Bra e con comune soddisfazione potè ritornare a San Damiano con tutti gli ostaggi (eccetto un giovane che aveva obblighi di leva militare). Tutta la popolazione accolse in trionfo il vescovo e nella parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano si celebrò subito un solenne Te Deum di ringraziamento.
Nella notte di Natale del 1943, dopo un giro tortuoso per eludere ronde o pedinamenti, il rabbino casalese Augusto Segre, si recava dal vescovo mons. Rossi e gli consegnava un bene prezioso, un pacco con i rotoli della Torah (la Legge Mosaica), affinchè glieli custodisse, in attesa di tempi migliori. Un segno della fiducia degli ebrei verso la figura di un vescovo, che – insieme al suo clero – ne salvò molti dalla deportazione. Il vescovo indicò al rabbino Segre la strada per arrivare a un nascondiglio presso una famiglia di contadini che lo tennero nella stalla.
La sera del 23 marzo 1945 per interessamento diretto del vescovo, dopo alcuni giorni di detenzione in Casa Littoria veniva liberata la madre di un eroico partigiano, mentre il giorno di Pasqua il valoroso partigiano Moris preso prigioniero durante un’azione di combattimento, e quindi passibile di fucilazione, otteneva, senza scambio di sorta, la libertà e la possibilità di ritornare alla sua formazione partigiana.
Atteggiamento di forte presa di posizione è stata la reazione contro il Tribunale Straordinario di guerra istituito in Asti poco prima della caduta della Repubblica di Salò. Il vescovo col suo interessamento aveva dapprima contestato la validità di tale tribunale; poi aveva deplorato le sentenze, indi per ben tre volte si era recato presso il capo della provincia affinchè facesse opera di persuasione su tutti i responsabili della illegalità dei processi stessi. Fu liberato uno dei quattro condannati a morte (il partigiano Alternini Emilio) e si sospese l’esecuzione della sentenza per gli altri tre. Purtroppo, per volere perentorio del Comando delle Brigate Nere di Torino: i partigiani Voglino Ernesto, Torchio Anselmo, Vignale Pietro vennero fucilati prima che egli potesse intervenire d’autorità.
Nel pomeriggio del martedì 24 aprile 1945, mentre il vescovo Rossi attendeva alla scuola in seminario, veniva chiamato d’urgenza in Prefettura. Recatosi colà veniva informato dal capo della provincia che i fascisti, dopo l’esodo dei tedeschi, avevano ricevuto l’ordine di evacuare Asti, ormai stretta nella morsa partigiana. Nelle mani del vescovo veniva quindi consegnata la città, particolarmente l’ospedale militare e quanti avessero potuto aver bisogno del suo aiuto e della sua paterna sollecitudine.
Un eminente Padre Gesuita, il Padre Vair, trattando di mons. Rossi lo definì: "la perla dell’episcopato piemontese". Oggi, dopo averne riscoperto l’azione, in particolare durante il periodo della Resistenza, possiamo affermare con fierezza che mons. Rossi fu ed è un’autentica gloria del Piemonte e dell’Italia!