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ENRICO COLOMBOTTO ROSSO: l'uomo delle farfalle (mostra conclusa)
di Janus
Un pittore come Enrico Colombotto Rosso, che ha esplorato tante volte le stanze segrete della pittura, la storia intima della pittura, che è passato per molti luoghi, talvolta anche proibiti, che ha camminato dentro le foreste ed i deserti dell’immaginazione, che ha spesso messo in discussione se stesso ed i suoi rapporti con il mondo, che ha fatto della pittura una specie di sacerdozio, che è sempre stato fedele alle rigorose regole della sua ispirazione, merita un discorso molto particolare che va al di là d’una analisi critica. Sulla sua opera sono state scritte molte esegesi che hanno esaminato i diversi aspetti della sua pittura, e testi anche molto acuti, ma l’ermeneutica della sua opera, sulla quale molti si sono esercitati, si trova oggi di fronte ad un duplice problema: quello della civiltà, dei rapporti dell’artista con la sua e con la nostra civiltà, e quello della modernità, con riferimento specifico all’estetica che i suoi quadri nel corso dei decenni hanno espresso. Si tratta d’un problema ineludibile per noi che siamo appena entrati nel nuovo millennio ed abbiamo alle spalle un intero secolo, cento anni l’uno dopo l’altro certamente non facili, ricchi d’una intensa attività artistica, letteraria, filosofica, scientifica, per non dire altro.
Noi viviamo in un mondo di antiche, anzi antichissime civiltà, che tendono a congiungersi e ad escludersi tra di loro, a conoscersi e talvolta ad ignorarsi, a contendere talvolta violentemente il possesso del territorio dove sono sorte e, in più d’una occasione, anche del territorio che le circonda, poiché le civiltà ambiscono ad invadere spazi sempre più ampi. Viviamo in un mondo dove le civiltà debbono spesso combattere contro anti-civiltà che vorrebbero distruggerle, in un mondo dove le antiche civiltà intersecano quelle moderne, interferiscono nel loro destino, anche se apparentemente sono morte, ma le civiltà non muoiono mai interamente, continuano a fecondare altri periodi: è il fatale ripetersi dei ricorsi storici. Non possono morire fino a quando possiamo adoperarle, fino a quando possiamo ricordarle, fino a quando possiamo ripensarle (la filosofia greca o l’arte del Rinascimento o qualsiasi altra forma di pensiero o estetica che ancora fa parte della nostra cultura). Vogliamo pertanto domandarci, e cercare di capire, come e dove possiamo collocare l’opera di Enrico Colombotto Rosso nell’interno del secolo xx e quindi dentro l’intera civiltà emersa nel corso di anni che sono stati sicuramente tumultuosi, incandescenti, incattiviti ed anche contraddittori. Nella sua pittura vi sono fremiti di morte ed aneliti di vita che non possiamo evitare o ignorare, ma soprattutto vi è la ricerca della bellezza che il secolo ha spesso messo in discussione.
Le civiltà non sono mai organismi troppo semplici e nemmeno di facile comprensione. Vi sono aspetti negativi, che vorremmo cancellare, poiché spiacevoli in sommo grado, ma non possiamo farlo, e vi sono invece aspetti positivi e concreti, che possono aiutarci meglio a comprendere quel mondo fatto anche di molti riferimenti storici ed estetici. Noi stessi abbiamo contribuito a costruirlo. Anche attraverso il rispecchiamento d’una pittura, che, come nel caso di Enrico Colombotto Rosso, aderisce molto al turbamento della coscienza, vediamo passare gli inquietanti fantasmi del secolo xx. Nessuno potrà negare che quella civiltà non sia stata da una parte drammatica, dominata dal male, e da un’altra parte percorsa da una sete di riscatto, di risurrezione, perfino di espiazione. Siamo vissuti in uno dei secoli più complessi che una società sia stata costretta ad elaborare ed a subire. È passata da una violenta pulsione di morte fino ai confini della nevrosi, fino ad un desiderio di rifondazione morale della vita, e nessuno può ignorare che la pittura di Enrico Colombotto Rosso non sia stata, già dalle origini, drammatica, convulsa, aggrovigliata e nello stesso tempo dominata da un profondo sentimento di pietà, di commozione, di malinconia, di nostalgia del bello, di nostalgia dell’anima, di nostalgia della speranza. Mentre Colombotto Rosso dipingeva le cupe propaggini del male o i volti deformati dalla morte o dalla malattia balzava nella sua pittura un sentimento di purificazione. Ha dipinto ossessi e fantasmi, mostri ed immagini funeree, ma dietro questa specie di sudario appariva l’uomo. La sua pittura ha sempre avuto connotazioni molto umane. Direi che questa è la caratteristica fondamentale che emerge dalla sua opera.
Non troviamo sulla superficie dei suoi quadri le tracce dell’indifferenza o dell’assenza o dell’abbandono o della rinuncia. In qualsiasi condizione abbia dipinto l’immagine dell’uomo, in questi quadri c’è sempre stato un baluginio o un fremito di partecipazione emotiva, come se la sua mente improvvisamente si aprisse davanti all’illuminazione d’una vita martoriata, lacerata, ma non disperata, capace ancora di fluidità. C’è sempre
dietro quest’opera l’idea dell’immortalità che non ha mai abbandonato l’uomo nel corso del xx secolo nei momenti peggiori del suo lungo percorso, quando è, per esempio, capitato tra le mani degli aguzzini. Il secolo xx, che ha avuto grandissimi scrittori, artisti geniali, pensatori originali, che a tratti ha perfino elaborato una dolorosa spiritualità, ha avuto purtroppo anche questa mostruosa, caricaturale figura umana, quella dell’aguzzino, del carnefice, dell’assassino che ha avuto un solo scopo: quello della distruzione d’una civiltà che nonostante tutti i suoi difetti ha avuto anche una meravigliosa concezione della vita sotto il segno della conoscenza e della tolleranza. Gli aguzzini si sono risvegliati anche in questi ultimi anni e sono sparsi in tutto il mondo. Potrebbero apparire all’improvviso anche intorno a noi. Sono gli eredi degli aguzzini del xx secolo e sono ancora più minacciosi. Sono disposti a sgozzare ed a decapitare il prossimo per i più futili motivi, per una sciocchezza, per una divergenza ideologica o teologica, per una piccola diversità dell’abbigliamento, per una paroletta che designa Dio passando da una lingua all’altra, per il colore della pelle, per l’uso più o meno appropriato d’una preghiera, per lo stile architettonico d’una casa o d’un tempio, perfino per la maniera di cibarsi, per una idea folle che passa dalla debole testa dell’uno o dell’altro, per una sfrenata ambizione. Pensiamo, tra moltissimi altri, per fare un solo esempio, ad un quadro di Enrico Colombotto Rosso intitolato L’impiccato (esposto ad Alba ed a Torino nel 1988 in un’esposizione evocativa della Resistenza).
La pittura, in un mondo simile, deve armarsi di molta pazienza, poiché anche oggi l’arte contemporanea potrebbe essere di nuovo definita degenerata dai suoi avversari. Oggi è una nobile accusa, ieri era un’accusa sinistra, ma il pericolo non ci sembra del tutto tramontato. Allora anche l’opera di Colombotto Rosso, che è sempre stata carica di molti simboli, sfiora zone di riprovazione. Ecco perché l’artista deve avere una sensibilità che una volta alla pittura non veniva richiesta, deve avere perfino una delicatezza estrema che anche nella rappresentazione più dura emerge continuamente alla superficie. È una pittura fortemente emotiva, una pittura a fior di pelle, come se offrisse sempre lo spettacolo d’un corpo scorticato, d’una mente messa continuamente allo scoperto. Enrico Colombotto Rosso ha spesso dipinto le vicissitudini dell’uomo preso nel gorgo del suo destino, soggetto ai capricci della Mòira, che è sempre cieca ed incomprensibile, sospinto verso qualche abisso, offeso e mutilato dalle leggi del caso, che sono imprevedibili, buttato tra le braccia della disperazione. Fortunatamente vi è il sogno che talvolta lo protegge, talvolta lo salva, spesso è l’ultima forma di conoscenza che gli rimane, quando gli dèi tacciono e più nessuno risponde al suo appello. Il sogno è sempre fedele, anche quando dice verità spiacevoli o sgradevoli, ma la sua pittura continuamente lo introduce nella vita. Il sogno è la sua pittura e la sua pittura è il sogno. Il mondo variopinto, eccitato, ossessivo, frenetico, ludico e macabro nello stesso tempo, appassionato e dionisiaco, delle sue farfalle e delle sue libellule, è quello del sogno agli estremi confini dell’estasi e dell’ebbrezza.
Il secolo xx ha avuto, naturalmente, anche aspettipositivi. Limitiamoci alla parte che riguarda il nostro discorso pittorico: la nostra civiltà anche in Italia è stata rappresentata da alcuni artisti geniali che hanno proposto molte straordinarie illuminazioni che hanno preso il nome di Metafisica e di Surrealismo o di Arte fantastica o di Realismo magico e che hanno compiuto un lunghissimo cammino in territori che erano rimasti fino a quel momento ignoti. Quei pittori sono un po’ le nostre cattedrali nel deserto. Non sono stati nemmeno pochi, non tantissimi però, ma sufficienti a descrivere uno dei panorami più affascinanti della nostra storia dell’arte (italiana) che parte da de Chirico e Savinio ed arriva fino ad Enrico Colombotto Rosso, ma potremmo citare un po’ a caso anche Filippo De Pisis, Alberto Martini, Umberto Boccioni,Leonor Fini, Stanislao Lepri, Fabrizio Clerici, Gustavo Foppiani, Sergio Vacchi, Giannetto Fieschi, Arturo Carmassi, Gaetano Pompa, Carol Rama ed altri che sarebbe troppo lungo enumerare. Sono i pittori che possiamo definire con un termine francese Insoumis, che non si può tradurre semplicemente con la parola ribelle, insofferente, indomabile, sono pittori che non si sono mai sottomessi, non si sono mai adeguati alle norme ed alle mode, che sono andati per proprio conto, che qualche volta sono stati perfino sfrontati, con un certo gusto per la provocazione, ma proprio perché non potevano farne a meno,che hanno cercato di estrarre il meglio dalla civiltà, cioè l’aspetto più luminoso, più originale, più anticonformista della nostra cultura, che non hanno mai amato troppo le facili soluzioni o il ricatto delle regole e della tradizione, che hanno sempre coltivato l’idea che l’arte deve sempre cominciare da capo, non può essere ripetizione e imitazione, che la civiltà ha sempre bisogno di cose nuove, di idee nuove, d’immagini nuove. Sono artisti che occupano un posto importante nella storia dell’arte mondiale, insieme a qualche altro che qui non è possibile elencare, ma questi sono e sono stati all’avanguardia dell’estetica, si sono battuti per una pittura che sicuramente è stata individualistica, non si è mai chiusa dentro una Scuola, ma esprimeva anche tutte le complesse forze del mondo. L’opera di Colombotto Rosso è un capitolo fondamentale di questa rivoluzione estetica che si distingue da altre rivoluzioni solo apparenti. È uno degli artisti che certamente ha osato di più. Il volo delle sue farfalle non è solo edonistico, è un archetipo, è una mimesi del sogno e dei suoi occulti significati.
Certamente, le civiltà hanno spessoanche aspetti oscuri e cupi, sono anche apportatrici di sofferenze, non tutti riescono a convivere con la propria civiltà, ad accettarla, a confrontarsi con i suoi valori, con la sua arte, con la sua filosofia o la sua tecnologia, ed allora si ribellano, l’insultano, la sfregiano (l’uso dello sfregio e della mutilazione delle opere d’arte è un antico sintomo patologico, ma anche un segno di sofferenza - o di stupidità umana), l’insozzano, cercano di distruggerla a costo di distruggere se stessi. Sono gli inetti, i disarmonici, sono gli spiriti negativi, chi per costituzione e chi per ignoranza, sono le anime stridenti ed inadatte alla civiltà ed al vivere civile, sono le anime morte, sono i vandali quotidiani, sono i deboli di mente. Freud ne ha parlato in un suo famosissimo saggio che è sempre molto attuale, poiché quei fenomeni si riproducono sotto forme diverse, continuamente. Ammettiamo che le civiltà non sono sempre molto tenere o benevole con i deboli e nemmeno con gli stupidi. L’arte è la custode dei valori ed è anche la più esposta ai pericoli dell’oltraggio. Nella pittura di Enrico Colombotto Rosso appare questo conflitto tra il bene ed il male, tra la sofferenza e la guarigione, tra la morte e la sua trasfigurazione, tra le innumerevoli, imprevedibili metamorfosi delle forme: l’uomo è un diavolo, ma nello stesso tempo è anche un angelo, passa continuamente dalle tenebre alla luce, è un diavolo che si crede un angelo ed è un angelo che si traveste da diavolo, è Adone che crede d’essere una farfalla, è una libellula che crede d’essere Adone, ma dietro queste duplici metamorfosi traspare continuamente il volto dell’essere umano primordiale. È l’uomo che in realtà nella sua pittura gioca entrambi questi due ruoli metafisici: vediamo l’anima nel disfacimento del corpo e vediamo il corpo nel disfacimento della sua anima. I due opposti si assomigliano e dànno alla sua pittura una tensione drammatica che spezza l’azione e la ricompone. Sono le due parti del dramma esistenziale che Enrico Colombotto Rosso ha raccontato infinite volte nella sua pittura: il bello e l’orrido che si confondono tra di loro, il bello che strappa all’orrido la sua maschera, l’orrido che aspira alla bellezza, la metamorfosi dei corpi e la metamorfosi dell’anima non sempre coincidenti, il movimento e l’immobilità, gli opposti che si rincorrono da un’estremità all’altra dei suoi quadri, come se sulla loro superficie vi fosse sempre una lotta interiore, ma anche un’apertura, uno squarcio, una lacerazione, un punto più fragile o più sottile degli altri, probabilmente anche uno spiraglio, una specie di bocca o fauce invisibile che cerca d’inghiottire tutto quello che le passa davanti. Il quadro è come un gorgo, pronto a ricevere tutto, pronto a custodire tutto, pronto a restituirlo dopo averlo digerito; è il passaggio segreto dal visibile all’invisibile, dal sogno alla realtà o viceversa. Sembra che la superficie dei suoi quadri sia sempre un po’ concava, come uno specchio oscuro, che riflette quello che esiste, ma anche quello che non esiste, che si nasconda sempre un poco, che rappresenti il passaggio tra il cielo e la terra, tra le nubi e la grotta. Questa pittura quindi ricostruisce i nessi logici della nostra civiltà (ed anche quelli illogici, naturalmente), cerca di dare un disegno più unitario al mondo che rappresenta, di cui vede la frenesia e le sue molte contaminazioni, il peccato e la felicità, il puro e l’impuro.
Abbiamo introdotto in questo discorso il concetto di civiltà con riferimento alla sua opera perché alcune zone dell’arte del xx secolo non sempre sono state in sintonia con la propria civiltà, talvolta sono state insensibili ed inadeguate, hanno mancato, per un eccesso di intellettualismo o di concettosità e perfino di frivolezza, al compito d’interpretarla. Nel mondo, naturalmente, vi sono state altre componenti estetiche che immediatamente si sono collocate nel solco della civiltà, che si sono identificate con la civiltà, dal Cubismo alla Pop Art. Non vogliamo citare chi ha capito e chi non ha capito, ma vogliamo spiegare che cosa intendiamo per civiltà, a parte le sue espressioni più alte dell’arte o della letteratura o della scienza, eccetera, eccetera: identifichiamo la civiltà con l’uomo nella sua interezza spirituale e materiale. La civiltà è l’uomo, non il bruto, certamente, che si spaccia per l’uomo (ne abbiamo già parlato), cioè, per esprimerci con più pedanteria, la civiltà si produce quando l’uomo è messo in condizioni di esprimersi, di dire, di fare, d’essere se stesso anche nella sua vita quotidiana, quando l’uomo è nel pieno possesso del suo spirito più creativo, quando in sostanza crea, fa cioè quello per cui è nato ed è comparso nel mondo: inventare la vita. Quando questo manca non vi sono civiltà. Quando l’uomo può esercitare il dominio della sua mente, e consente a tutti gli altri di esercitarlo, allora la civiltà non è effimera e vi è perfino la speranza d’essere felici. Il diffondersi dell’arte, - come di qualsiasi altra attività umana - è segno che la civiltà sta ponendo solide basi. Per questo motivo abbiamo insistito molto su questo argomento, per questo motivo la pittura di Enrico Colombotto Rosso, e di molti altri artisti, naturalmente, è in consonanza con questa civiltà, è una sintesi originale della nostra maniera di esistere e di sentire.
La seconda parte del problema, al quale abbiamo accennato all’inizio, è la modernità dell’artista. Come stabilire se un pittore, che è pur sempre una creatura vulnerabile, sia veramente moderno oppure no?, se è perfettamente inserito nel suo tempo? oppure è in ritardo?, se è prigioniero del passato (suo o della famiglia o della società)?, se è riuscito o no a liberarsi dai legami e dai ricordi che appartengono ad altre generazioni? Numerosi purtroppo sono gli artisti che non riescono a superare le barriere del tempo, che rimangono prigionieri di concetti antiquati, che non hanno sufficiente forza o coraggio per emanciparsi, per diventare maturi, poiché in definitiva l’artista che non ha spezzato i legami, che sono anche sentimentali, con il passato, rimane infantile, mentre l’uomo che aderisce al tempo presente riesce a diventare adulto, qualsiasi età egli abbia. È ovvio che la modernità proviene direttamente dal senso di civiltà che possiede. I due elementi sono inscindibili, anche se a prima vista non è facile definire il grado di modernità a cui l’artista è riuscito a pervenire. Gli artisti che abbiamo nominati nella prima parte di questo discorso sono sicuramente moderni, anche per il fatto che sono quelli che hanno rischiato di più, e senza dubbio Enrico Colombotto Rosso è un artista che con la sua pittura ardua e forte ha sempre rischiato moltissimo, ha rischiato come uomo e come artista, ha rischiato contro i pregiudizi della società, ha rischiato contro il facile consenso che accoglieva artisti meno coraggiosi, ha rischiato contro le mode, ha soprattutto rischiato contro quella folla sterminata ed anonima di altri artisti che hanno scelto una via più facile o che non sono stati in grado di rompere il cordone ombelicale che li tiene uniti alla loro matrice ancestrale. Il cuore del problema è tutto in questo punto. L’artista più genuino, metaforicamente parlando, ad un certo punto della sua carriera dovrebbe considerarsi come un orfano, abbandonato e perso in un mondo caotico, un po’ respinto e rigettato indietro. Solo in questo caso riesce a dare una voce originale al contenuto della sua coscienza. Certamente non è sempre facile stabilire che cosa è moderno in un’epoca e che cosa è invece antiquato. Nel corso del xx secolo possono convivere insieme entrambe le cose. Una macchina per scrivere manuale all’inizio del secolo era uno strumento sicuramente moderno. Poi nello stesso periodo, a distanza di pochi decenni, è diventato uno strumento obsoleto quando sono comparse le prime macchine elettroniche e poi i computer. Una macchina fotografica o un orologio o perfino un’automobile e qualsiasi altra macchina sono di volta in volta moderne, antiquate, modernissime, secondo gli sviluppi della scienza e della tecnologia. Il giudizio è molto più drastico o severo quando si parla di letteratura o di arte. Un romanzo è antiquato quando non regge più il passo dei tempi o quando più nessuno lo legge o quando è semplicemente diventato illeggibile, inavvicinabile, perfino ostile; un dipinto è antiquato ed inutile quando diventa ai nostri occhi ridicolo, risibile, perfino sciocco, ma certamente vi sono opere d’arte dei secoli scorsi che sono ancora modernissime. Anche il pensiero di Platone, sebbene vecchio di millenni, continua a trasmettere modernità di concetti. È giovanissimo. Il problema è quindi molto delicato, ma possiamo dire che un dipinto è moderno quando ci permette di fare una distinzione tra quello che noi eravamo nel passato, cioè nell’infanzia del tempo, e quello che noi siamo oggi, cioè nella maturità, poiché anche il lettore o lo spettatore di un’opera d’arte deve crescere mentalmente e spiritualmente, deve diventare adulto o maggiorenne, deve comprendere che quello che vede è un’immagine nuova ed originale, e non sempre è facile, non sempre ci riesce.
La pittura di Enrico Colombotto Rosso compie un passo avanti. Non si può dire che abbia ignorato la realtà, anche nei suoi aspetti più duri ed impietosi, e non si può dire che non sia anche una pittura fantastica, ma è certamente una pittura del profondo, dei lati oscuri e pericolosi del profondo, sia quando dipinge le sue figure dolenti o le sue immagini di morte sia quando propone le forme antropomorfe delle sue farfalle e delle sue libellule che, d’altronde, provengono direttamente dalle prime. Colombotto Rosso ha messo insieme due cose differenti e solo apparentemente dissimili, la realtà e la fantasia, che sembrano così distanti l’una dall’altra e sono invece inseparabili. In pratica ha messo in moto un meccanismo di contrapposizioni ideologiche ed emotive: da una parte l’asprezza del vero, con tutte le sue ferite e le sue macerazioni, dall’altra le suggestioni del sogno e dell’immaginazione. Questa pittura è passata attraverso i meandri della psiche, Io, “luogo dell’angoscia”, secondo Freud (ma per Jung è un complesso della psiche) e Super-io, luogo della dialettica del profondo, Io, luogo dove avvengono tutte le pulsioni, ed Es, luogo della libido, sempre secondo la psicoanalisi (Groddeck gli ha anche dedicato un famoso trattato), questa pittura è entrata nel territorio proibito dell’inconscio, dove i sogni e le pulsioni sono pericolose, nelle regioni dell’enigma, tra le braccia, talvolta voluttuose, talvolta ingannevoli, dell’essere. Si tratta d’un tragitto lunghissimo. Se Descartes aveva detto: Cogito, ergo sum, Lacan, capovolgendo questo concetto, poteva dire: “penso dove non sono, sono dove non penso”. Noi potremmo dire, al posto di Colombotto Rosso: “dipingo, dunque sono”,secondo Descartes, oppure: “dipingo dove non sono, sono dove non dipingo”, seguendo Lacan, ma più esattamente: “dipingo dove la pittura pensa di esistere, sono dove la pittura si manifesta”. Anche qui Enrico Colombotto Rosso è andato alla ricerca dell’uomo e l’ha messo nel centro della sua ricerca estetica. L’ha descritto, l’ha analizzato, l’ha inventato, l’ha plasmato, l’ha creato, talvolta l’ha perfino malmenato un poco, l’ha rappresentato nel momento del suo smarrimento e del suo ritrovamento, l’ha dipinto talvolta come un diseredato e talvolta come un fantoccio danzante nell’aria o come uno spettro, come un selvaggio o come una creatura straordinariamente raffinata, consapevole della sua sorte e, nello stesso tempo, come uno smemorato, una creatura che fugge dalla vita e continuamente viene catturata dalla vita, dentro una gabbia o dentro uno spazio infinito, tra oggetti grotteschi, tra ombre soffocanti, tra frammenti che passano attraverso la sua pelle, costretto, per difendersi, a trasformarsi in scheletro amoroso, in mendicante o in insetto dalle ali dorate. L’Uomo delle Farfalle è un uomo psicoanalitico. Le farfalle sono un soggetto dell’Es.
Essere moderni significa, anche per un artista, saper separare l’inutilitezza e la frivolezza della vita, che pure abbondano nella pseudo cultura del secolo xx, dall’essenzialità, dalla concretezza, dalla drammaticità contenute in tutti gli elementi che si sono accumulati nel corso degli anni, significa prendere consapevolezza d’essere veri, d’essere perfino necessari, d’essere vivi, di non appartenere più alla finzione ed alla menzogna, ma d’essere entrati in una dimensione più alta dell’arte (o della letteratura), dove il solo gioco non è più sufficiente per reggere la creazione artistica. Nella pittura di Colombotto Rosso pertanto non vi sono inganni, non ci sono ovviamente frivolezze (non ci sono mai state nella sua opera), non vi sono cose effimere, non c’è fragilità, non c’è il vuoto, non ci sono spazi disabitati, tutta la pittura è occupata da una presenza incessante, ostinata, tumultuosa, è come una piazza enorme tutta occupata da una folla straripante. È il nostro tempo che qui si affaccia sulla superficie della sua pittura, la quale non compie mai gesti inutili od occasionali, come accade in certe manifestazioni artistiche di questi ultimi anni alla ricerca d’una provocazione gratuita o d’un facile scandalo per cercare fama e fortuna dal nulla, ma esegue un rituale complesso e faticoso. La modernità si riconosce anche dalla forte sincerità, quasi nevrotica, talvolta, di questa ostinata operosità creativa, da quello che i suoi dipinti vogliono dire e da quello che poi compare alla fine di questo suo lungo percorso così ricco d’invenzioni e perfino di idee.
Il secolo xx con le sue avanguardie ha dato il meglio di se stesso intorno a questo concetto, poiché l’eredità dei secoli passati gravava come un pesante ammonimento e non era facile trovare una nuova strada. Quelli che ci sono riusciti hanno dato una versione originale della modernità; non tutte le modernità si assomigliano, naturalmente, poiché il secolo è stato anche molto eclettico e versatile, la modernità di de Chirico non è quella di De Pisis o di Burri o dei suoi successori, imitarlo non significa essere diventati più moderni, quelli che non l’hanno imitata hanno percorso una strada molto più ricca d’invenzioni, sono andati molto più lontani. Nella pittura di Colombotto Rosso l’immagine tumultuosa ed affannosa del secolo sembra che un poco sia andata in frantumi, abbia subìto una scossa violenta. È stata capovolta. È stata lacerata dalle sue frementi pennellate. Non conosce pace e compostezza. Sembra preda dell’angoscia, ed anche la filosofia e la psicoanalisi se ne sono accorte, non solo la storia. È stata sommersa dalle ceneri, dalle nebbie, dalla sua penombra. È stata messa impietosamente a nudo da una pittura che non si è mai nascosta. È stata trascinata in un viaggio vorticoso verso regioni inesplorate.
Questi quadri sonosempre vissuti nell’eccezione, nell’improbabile, nel paradosso. Hanno fatto una scommessa contro il tempo. Hanno sfidato le cose che il mondo non conosceva. Hanno affrontato le tempeste e gli uragani del significato più intimo delle cose. Hanno pianto ed hanno riso. Si sono smarriti e si sono ritrovati, ma quando si sono ritrovati il mondo non era piùquello dell’inizio. Hanno fatto esperienze funeree e dolorose, le stesse che il secolo ha compiuto durante tutto il corso dei suoi anni. Non si sono mai allontanati dal loro tempo, ma sono sempre stati immersi nel loro tempo fino al collo. Non hanno fatto nulla di diverso di quello che il secolo ha compiuto, con questa fondamentale differenza, che la sua pittura, qualsiasi cosa dica, è sempre innocente. Non si può dire la stessa cosa del secolo. Questa pittura ci sembra allora di carne viva. Le sue piaghe sono quelle dell’umanità.
Questi due problemi aprono una terza prospettiva. Dove è arrivata la pittura di Enrico Colombotto Rosso dopo essere discesa nei gironi dell’Inferno?, dopo aver affrontato le seduzioni e gli inganni della civiltà ed i capricci della modernità?, del bello e del brutto?, del male e del bene? Dove ora conduce? In luoghi sicuramente perigliosi e proibiti. La sua innocenza non l’ha certo preservato dalla contaminazione con il peccato, che è sempre così presente nelle sue opere e che riconosciamo in una inconscia radice cattolica che tutti noi ci portiamo dietro da secoli. Non c’è peccato senza sublimazione, non c’è santità senza un po’ di perversione. La sua pittura è tutta immersa in un terribile dramma esistenziale. È indubbio che se diamo uno sguardo al passato ci rendiamo subito conto che vi è stata nella sua opera una successione di capitoli, ma anche di problematiche. Questa pittura si è svolta e sviluppata logicamente, seguendo uno schema preciso, non ha mai rinunciato a raccontare una storia che è stata tutta dentro un’altra storia che proveniva a sua volta da una terza storia, in una catena infinita di situazioni, di eventi, di rappresentazioni come parti d’un dramma più universale, di smarrimenti spirituali. Questa storia, come tutti sanno, ha avuto inizio a Torino, una città che è stata fucina delle arti, una città di raffinata intelligenza, un laboratorio di idee non solo artistiche o letterarie ma anche politiche e sociali, una città che però, forse per spirito di contraddizione, è anche stata molto prudente, molto cauta, un po’ lenta e meditabonda, ma anche una città rivoluzionaria, un po’ sonnolenta ed un po’ esuberante nello stesso tempo, dominata da uno spirito conservatore, che anelava alla ribellione, e da uno spirito ribelle, che aspirava all’ordine, una città plebea ed aristocratica, borghese ed operaia, d’una borghesia molto proletaria e d’un proletariato molto borghese. In questa città si sono scontrate molte anime intellettuali ed artistiche e naturalmente anche sociali e politiche che tra di loro forse non si sono amate molto, ma che sono state costrette a convivere, una città dove è nata, talvolta, una pittura piena di audacia e d’irruenza, come quella di Colombotto Rosso, mentre altri volevano mantenere un po’ egoisticamente il loro predominio intellettuale ed artistico, oppure, secondo i punti di vista, volevano imporre un concetto retrogrado della cultura. Alcuni cercarono di sgusciare fuori da questa ragnatela di rapporti ambigui e contraddittori buttandosi un po’ allo sbaraglio, come nel caso di Spazzapan, per fare un altro esempio, ma non fu certamente il solo. La storia dirà chi aveva ragione e chi aveva torto, chi faceva una pittura banale ed aveva successo e chi faceva una pittura originale e stentava ad essere accettato. Sicuramente il giudizio finale non è stato ancora emesso. Vi sono stati perfino raggruppamenti, alleanze, secessioni e finte secessioni, gruppi, associazioni, combriccole o come vogliamo chiamarle, e vi sono stati artisti irregolari ed anomali, come vi sono stati scrittori irregolari, e chi scriverà un giorno senza pregiudizi la storia della città in una prospettiva temporale meno coinvolta con le passioni del presente avrà una bella gatta da pelare per capire chi sapeva veramente dipingere e chi no, chi dipingeva in maniera intelligente con la consapevolezza del proprio tempo e chi no, chi osava e chi non voleva osare, chi ha fatto una pittura facile e tranquilla, ma osannata, chi dipingeva semplicemente barchettine e nudini e chi ha fatto invece una pittura fuori dalle regole ed è stato guardato con diffidenza, chi è stato sincero e chi è stato un po’ ipocrita, come probabilmente capita anche altrove, chi si rifugiava nel ventre caldo ed accogliente d’una Scuola e chi come Colombotto Rosso si è sempre tenuto fuori da ogni Scuola.
In questa contrapposizione, che è stata anche una contrapposizione di generazioni costrette a convivere gomito a gomito, la pittura di Colombotto Rosso ha mantenuto la sua limpidezza, talvolta torbida e talvolta incontaminata, e la sua coerenza, perfino la sua tenerezza nella descrizione del male o dell’infelicità, la sua purezza spirituale, poiché non si è mai tirata indietro anche quando doveva dire cose spiacevoli, accanto ad altri che invece preferivano dipingere esclusivamente cose più lievi. Enrico Colombotto Rosso non ha solo dipinto, ma ha scavato dentro la sua pittura, dentro il sentimento della sua pittura, dentro le sue ferite e le sue lacerazioni: questo è un merito che gli va riconosciuto. È stato un pittore coraggioso. Ha aperto la sua pittura, ha mostrato le sue piaghe ed anche le mostruosità della vita, cioè l’ingiustizia della vita. Quello che ha dipinto in questi ultimi anni è il proseguimento perfino naturale dei quadri che dipingeva alle origini. È cambiato probabilmente il metodo, è cambiata la visione estetica, è cambiato il tema, ma solo apparentemente. Oggi quello che appare sulla tela sono farfalle, sono libellule, sono insetti dai colori sgargianti, ma sono sempre gli spettri della vita, sono le perenni metamorfosi dell’anima, sono le stesse deformazioni della materia, in definitiva sono il riconoscimento che tutto deve cambiare e tutto deve rimanere immobile. Vi è in quella pittura il capriccio un po’ irridente del destino umano. Tutto appare oggi come ieri paradossale. Questi lucenti e spesso voluttuosi lepidotteri sono sempre gli stessi esseri umani presi nella trappola dell’esistenza, sono ossessive presenze metafisiche, non più architettoniche come accadeva nelle opere più geniali di de Chirico, ma antropologiche, non più manichini di stupefacente bellezza, ma una metafisica antropologica del subconscio che si manifesta in questi voli nuziali, notturni, funerei. Queste tre componenti appaiono spesso nell’opera di Colombotto Rosso: c’è uno sposalizio, ma è spesso uno sposalizio con la morte, c’è un connubio tra l’umano e l’animalesco, c’è la notte avvolgente come una ragnatela e c’è l’elemento macabro, luttuoso, che non conduce necessariamente alla morte ed invece apre uno spiraglio verso il mistero che circonda le vicende dell’umanità, la crudeltà della vita, la perversione inconscia o consapevole del bello. Lo sposalizio assomiglia alla morte e la morte ha la sontuosità voluttuosa dei sensi: queste farfalle nuziali e notturne hanno un po’ il canto rauco delle Sirene omeriche, sono suscitatrici di ebbrezza. Forse sono anche un po’ folli, il fruscio delle loro ali è come uno strillo acuto, sono sicuramente uscite dalla profondità della terra, dalle rocce rossastre che le circondano, sono anime erranti, vaganti, errabonde, e sono anche avide di vita come vampiri, sono farfalle che sognano d’essere uomini e sono uomini che sognano d’essere farfalle, come molti secoli prima aveva scritto un filosofo taoista, sono l’aspetto primitivo, primigenio della nostra civiltà, di cui abbiamo già parlato, sono le immagini sfuggenti, ironiche, prorompenti del mito che continuamente si rinnova secolo dopo secolo. Forse vengono fuori dalla caverna platonica, poiché sono fatte di anima, hanno la bellezza degli dèi olimpici e degli dèi infernali, sono probabilmente le ultime divinità della terra. Sono l’implacabile diade del fato che si dibatte tra conoscenza ed oscurità, ma anche tra sensualità ed aridità.
Queste farfalle umanoidi appartengono al mondo delle streghe, cioè al mondo del caos primigenio: non sono, certo, gli Amorini alati della pittura rinascimentale, non sono neanche le fate con ali minuscole che appaiono con una certa frequenza nella pittura vittoriana, si avvicinano di più ai diavoletti tentatori con ali diafane che, nella stessa epoca, si affollano intorno al letto d’una bella addormentata o d’un poeta sprofondato nel sonno, come se fosse vittima d’un sortilegio, ma hanno, comunque, una certa parentela anche con queste antiche immagini o con i mostri dannati della mitologia greca, con le paurose Eumenidi, come con elegante finzione venivano allora chiamate, ma in realtà si tratta delle Parche. Fanno un po’ tutte parte della stessa famiglia anche se si travestono per restare coerenti alla loro rappresentazione infernale ed umana. Escono probabilmente dalla scorza degli alberi o dalle rocce infocate. Non sono soltanto il prodotto d’una immaginazione incandescente, non sono soltanto idee poetiche, ma fanno parte di quel mondo infernale che esce nella notte di Valpurga per celebrare i suoi riti proibiti sull’alto d’un monte. Si impadroniscono anche del mondo delle fiabe, dove le streghe e gli stregoni non sono certamente assenti, trasvolano da una Fairyland sentimentale ad una Fairyland infernale ed allora quelle immagini diventano più gentili, più poetiche. Il volo stridente di questi insetti sembra la rappresentazione d’un innamoramento un po’ tenebroso: sono farfalle o libellule, ma un po’ sono anche gnomi ed elfi. In un racconto della scrittrice francese Mademoiselle Bernard (1662-1712), intitolato Le Prince Rosier, una fata seducente appare su un cocchio trainato da sei farfalle gigantesche dalle ali colorate: “Un jour que toutes les femmes de la reine étaient dans sa chambre, il parut un petit char d’ivoire traîné par six papillons, dont les ailes étaient peintes de mille couleurs”. In un altro racconto, scritto da un’altra leggiadra scrittrice francese, Madame de Lintot (allora le dame della buona società si occupavano molto di fiabe), nata nel 1728, intitolato Le Prince Sincer, la situazione è molto più complicata. Il cocchio è tirato da più di diecimila farfalle: “Il ètait dans un char de diamant tiré par plus de dix mille papillons, tous couleur de rose”. È una storia complessa che potrebbe trovar posto in uno di questi dipinti: vi è un re che aveva per “i vermi da seta una estrema passione”. Passava la sua vita ad allevarli ed a comporre matasse di seta sottilissime e luminose. Non era soltanto una passione, ma uno stato maniacale che costringe la moglie e le due giovani figlie, una buona ed una cattiva, ad abbandonarlo. Vi è un altro principe vanesio, futile, impomatato, bellissimo, è il Prince des Papillons, espressione della frivolezza e della vanità. Vorrebbe sposare una delle due principesse con l’aiuto d’una fata cattiva e vendicativa e dai gusti sadici, allevatrice di lumache, ma il suo amore è conteso da un altro principe, vittima d’un sortilegio: di notte, mentre dorme, è un giovane bellissimo, ma al suo risveglio si trasforma in un essere orrendo con una sola gamba che lo costringe a saltellare come una molla e lo fa roteare come una trottola al più leggero filo di vento, fino a quando la principessa buona lo libera dell’incanto malefico con un bacio (ma questo non succede continuamente anche nella vita?). È la storia del Bello Addormentato ed è anche la storia della Bella e la Bestia - che un po’ sono sempre vissuti in forme diverse anche nella pittura di Colombotto Rosso. In fondo anche le sue farfalle o le sue libellule con le loro incessanti metamorfosi sono vittime d’un incantesimo. Nella loro mostruosità intravediamo la bellezza segreta che possedevano alle origini prima della trasformazione, prima di cadere sotto i sortilegi d’una strega (che è pur sempre anche qui la vita quotidiana). Sono creature affascinanti e perverse ed un po’ petulanti che svolazzano disperatamente nell’aria alla ricerca della salvezza. Vogliono incantare con il senso dell’orrore, come nelle fiabe, dove per arrivare alla felicità bisogna amare prima il Mostro, la Bestia, l’Orrido che solo in quell’istante si trasforma in angelo. Anche queste farfalle cercano di ritornare alla vita ed all’armonia. Non hanno dimenticato la loro bellezza, ma, come sempre accade, anche la bellezza non è mai facile, non è mai accondiscendente, deve essere strappata dalle grinfie di qualche diabolico maleficio.
In ogni farfalla c’è naturalmente il verme originario, il verme primigenio, dal quale non è sempre agevole separarsi, dal quale non è sempre possibile prendere le distanze: è come la condanna d’una malattia misteriosa, è il simbolo della perdizione e della colpa. In quel momento non si sa esattamente quello che il verme diventerà. Il suo destino è ancora ignoto. Forse verrà annientato dalla forza brutale della natura, forse diventerà una meravigliosa statua di carne. Il re della fiaba alleva “vermi”, dai quali spera di estrarre la bellezza lucente e voluttuosa dalla materia, la luce nascosta dentro il bozzolo. Anche il re della fiaba vuole catturare l’anima segreta delle cose. In modi molto diversi lo dice anche Dante nel x Canto del Purgatorio: “Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia senza schermi?”. Nel Commento del canto di Emilio Pasquini e Antonio Quaglio (Garzanti) viene anche spiegato che “La comparazione dell’uomo con il verme, rinchiuso nel bozzolo, dal quale sorge la farfalla dell’anima destinata al cielo (l’angelica farfalla), è della patristica: «Omnes homines de carne nascentes, quid sunt nisi vermes? Et de vermibus (Deus) angelos facit», S. Agostino, In Iohann, i 12”. Non si sadov’è esattamente la bellezza, se nel verme o nelle ali della farfalla, se bisogna proprio sacrificare il verme per avere la bellezza o se bisogna sacrificare la farfalla per avere l’eternità. Le creature alate dipinte da Colombotto Rosso non si sono ancora del tutto divise e separate, sono farfalle e contemporaneamente sono ancora vermi.
Non tutto certamente è favola, non tutto ècertamente poesia, le cose nella realtà, ma anche nella fantasia, sono sempre molto più complicate. Se la filosofia ipotizza l’uomo ad una dimensione (Marcuse), imprigionato nella fitta rete che la società gli costruisce intorno, nella pittura di Colombotto Rosso appare l’uomo a più dimensioni che cerca uno spiraglio per sfuggire all’oppressione, l’uomo che vuole cambiare incessantemente anche quando la società vorrebbe impedirgli di cambiare, l’uomo che non vuole cambiare, poiché rimane pur sempre un uomo contraddittorio, quando gli altri vorrebbero imporgli di cambiare, è l’uomo multiplo e multiforme che si rifugia nella foresta dei sensi e dei simboli per sopravvivere, che diventa Angelo e Frankenstein, come in queste farfalle vorticanti. Alle sue spalle c’è la minaccia della tecnologia che con il pretesto di salvarlo in realtà lo imprigiona, vi sono le implacabili regole della società industriale che lo comprime e lo soffoca, che apparentemente allevia la sua fatica, nel concreto impone le sue inevitabili leggi economiche. Per sfuggire a questa morsa si traveste da farfalla, ma l’occhio impietoso del mondo (o degli dèi) continua a sorvegliarlo. Tutti vorrebbero possedere quest’uomo dilacerato, diviso, separato. La pittura, che è forte e debole nello stesso tempo, riesce ancora ad essere al di fuori di tutto questo, anche se molti ancora si fanno condizionare eccessivamente dalla tecnica, ma in Enrico Colombotto Rosso l’uomo fa parte del mondo dei colori e del mondo dell’immaginazione, attraversa una materia fluida, instabile ed incandescente, come se entrasse in un fascio di luce e di fuoco che lascia una rossa impronta sulla sua epidermide. Qualche cosa bisogna pur pagare agli dèi dell’inferno, ma ha una libertà che gli altri uomini non hanno.
In un famosissimo saggio filosofico del 1955, ma tuttora molto attuale e che ebbe una grande influenza sulle giovani generazioni dell’epoca, Eros e Civiltà, l’autore, Herbert Marcuse, affronta un problema che è molto vicino a questa pittura. Nel capitolo centrale di questo saggio, Le immagini di Orfeoe Narciso, Marcuse scrive: “Quando Freud ha rilevato il fatto fondamentale che la fantasia (immaginazione) conserva una verità che è incompatibile con la ragione, egli ha soltanto seguito una lunga tradizione storica. La fantasia è cognitiva in quanto conserva la verità del Grande Rifiuto o, positivamente, in quanto protegge contro ogni ragione le aspirazioni a una realizzazione integrale dell’uomo e della natura, represse dalla ragione. Nel regno della fantasia le irragionevoli immagini della libertà diventano razionali, e la “profonda bassezza” della soddisfazione degli istinti assume una nuova dignità”, (traduz. Lorenzo Bassi, Eros e Civiltà, Einaudi, 1964). Potremmo fare altre più lunghe citazioni, ma ora è più chiaro perché abbiamo parlato di civiltà e di modernità nella pittura di Enrico Colombotto Rosso, e vogliamo anzi precisare che si tratta proprio d’una modernità estetica e filosofica. Orfeo e Narciso, e naturalmente anche Dioniso, dominano questa pittura. Essi sono contro Prometeo, lo schiavo instancabile della fatica umana. Solo una frase ancora è importante riportare per essere più espliciti: “Il mondo della natura è un mondo di oppressione, crudeltà e dolore, com’è il mondo umano; come quest’ultimo, esso aspetta la sua liberazione. Questa liberazione è l’opera di Eros. Il canto di Orfeo infrange la pietrificazione, fa muovere le foreste e le rocce - ma le muove per farle partecipare alla gioia”, (Ibidem). La sua pittura appare strettamente imparentata con i concetti di questa filosofia, con il suo richiamo alle pulsioni più genuine della sensualità e della fantasia, con la sua riconquista dei territori psichici ed emotivi che una volta appartenevano alla libertà, a cui l’Uomo a più dimensioni ha assolutamente diritto. Ecco perché, - è bene ribadire questo concetto -, abbiamo sempre dato, non solo da oggi, una grande importanza alla pittura di questo pittore squisito anche quando traccia immagini crudeli.