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ALESSANDRO FABBRIS - Rassegna Stampa (MOSTRA CONCLUSA)

Fare pittura nell’arte contemporanea può essere la scelta più difficile, più pericolosa. L’arte per secoli “è stata” la pittura, e ancora adesso per molti, quando si dice “artista”, immediatamente l’abbinamento naturale è con la figura del pittore. Alessandro Fabbris parte da una conoscenza profonda della storia della pittura, da un lato i maestri che hanno codificato alfabeti, svolte, codici etici ed estetici, dall’altro le opere che ancora adesso dominano l’immaginario collettivo. Per Fabbris c’è stata prima di tutto una lunga riflessione concettuale su quello che significa oggi “pittura”, sul senso che può avere; una complessa rielaborazione di cui le sue opere diventano poi visualizzazione. Luce, colore e forma sono i tre punti su cui ha sviluppato i suoi ragionamenti artistici. La dimensione pittorica è spaccata e osservata da diversi punti di vista, frammentata in sezioni che vengono poi ricomposte con armonico e produttivo “disordine”. Una sorta di analisi stratigrafica con cui l’artista si immerge nella superficie pittorica, proiettandola in solidi tridimensionali
scomposti, dove il segno e la materia prendono volume e diventano narrazione. Anatomie di processi narrativi. Fabbris dipinge per strati, su materiali diversi che in seguito sovrappone, con impalpabile ma efficace rilievo. Accumuli e assemblaggi di fogli d’acetato, carte e veline, stampe digitali, lucidi, su cui interviene con olii, pigmenti, pastelli, cera, gomma arabica, acrilico. Segni liquidi, altri spessi, ombre e aloni, macchie e calligrafie, esplosioni e velature. Una sorta di scrittura che racconta storie, ogni opera una diversa, fatta di pagine, capitoli. La percezione visiva è dodecafonica, in una frammentazione della composizione che apre e dà libertà, non chiudendo nessun confine e non riconducendo a nessuna iconografia data e familiare. Sintassi aperte.

Olga Gambari, Nuovi arrivi – L’arte come esistenza. La vita come opera d’arte, Accademia Albertina, Torino, 2007


Alessandro Fabbris deve molto alla pittura di Morris Louis (…) Fabbris ne assume la lezione, la fa propria e in questa mostra, espressamente chiamata “ Anatomia di un processo narrativo”, ci invita ad ampliare i nostri orizzonti per farci scoprire tutte le potenzialità che esistono in un gesto o in un colore. (…)
Il giovane artista  pur tenendo conto della realtà storica in cui ha vissuto Louis deve però tener conto degli sviluppi tecnologici avvenuti negli ultimi quaranta anni usati come nuove tecniche di espressione e in merito a questo lui stesso dichiara che “il tempo, nella narrazione contemporanea, verte proprio su questo principio: l’avvento della cibernetica e della realtà virtuale, nonché della computer grafica, danno la possibilità di leggere simultaneamente storie sviluppate su piani differenti e con linguaggi diversi, così come la narrazione storica può essere letta su strati differenti.”
Se si vuole essere coerenti con ciò che si fa, soprattutto nelle Arti Figurative, bisogna trovare la giusta chiave operativa per portare avanti un discorso che è già stato sviluppato da altri in maniera oltremodo esemplare (…). Se Louis “colava” il colore sulla tela e assisteva impotente alla emancipazione cromatica che questo assumeva, generando nuove e  varie sfumature, Fabbris incanala e domina il gioco della sovrapposizione, lo piega ad una sua volontà precisa attraverso l’uso di materiali diversi come fogli di acetato o plexiglass colorato e, come si può vedere in alcuni degli ultimi lavori, la cera che poi  dipinge con colori attraverso un personale procedimento tecnico.
Sulle superfici colorate l’artista interviene così a raccontare storie vere o di finzione, intime o pubbliche con il suo alfabeto segnico che si esasperano a contrasto con i colori sottostanti o si annullano in cromie similari.
A questo punto noi non possiamo fare altro che entrare nell’universo che Fabbris ci ha preparato ed intraprendere un percorso narrativo (…)

Giulio Lucente, Anatomia di un processo narrativo, Galleria Arte Giovane, Palazzo del Collegio, Asti, 2006


Alessandro Fabbris e Federico Guerri si sono misurati con l’orizzonte tematico dato, accettando la sfida di imprimere nuovi sviluppi al proprio lavoro; ciò li ha indotti a  “forzare” la specificità del linguaggio maturato - dalla pittura al disegno - per allargare lo sguardo a nuovi spazi di relazione e fruizione. Alla riscrittura dei percorsi urbani in vista della “transumanza” dai luoghi deputati dell’arte alla città che li contiene, attraversata da chi vi abita, contribuiscono altri interventi artistici nati da diversi progetti, tutti volti a scalfire la percezione ordinaria dei luoghi per consegnare nuovi significati.
Nella videoinstallazione per la facciata dell’Oratorio di san Sebastiano Fabbris traduce in chiave di luce e magia colorata un’immagine che unisce alle risonanze interiori la scansione concettuale cui l’artista sottopone il gesto emozionale della pittura. Ne nasce un caleidoscopio che rimanda ai termini primi di superficie, linea, colore: un “viatico” (è il titolo dato all’opera) di energia, vita, bellezza, cui fa eco il dipinto esposto all’interno , dove la processualità del fare artistico si manifesta. La delicata materialità dei supporti (carta velina, acetati) si allarga qui a sperimentare la cera, per una riflessione fatta sul luogo in fieri della creatività giovanile, e rimanda metaforicamente al tema della luce, mentre la frammentazione dell’immagine, che dà tempi narrativamente diversi, dialoga con la delicatezza del colore-segno, dove memoria e perdita dell’oggetto convivono (…).

Maria Rita Bentini, per Gemine Muse, 2007


(…) Quello di Alessandro Fabbris è senza dubbio un lavoro coraggioso e del tutto al di fuori da schemi e convenzionalismi di maniera. Fabbris reimposta, aggiornata al giorno d’oggi, e soprattutto, al lume della sua sensibilità, più di una traccia tipica della ricerca astratta italiana degli anni ’60 e ’70. Parafrasando il titolo di una serie di lavori recenti la sua è davvero l’”anatomia di un processo narrativo”. Fabbris dispone su di una serie di tavole di plexiglass o direttamente su tela striature di colore incisive ed essenziali, sciabolate di luce atte a ridestare l’inerzia della materia ed a donarle vita. Il racconto di Fabbris è pura emanazione di interiorità, gesto dal sapore antico ma ben calato nel presente, come testimonia l’uso di una tecnica mista dove ad oli, pastelli e pigmenti vari si integrano reperti oggettuali ed un accorto e limitato uso della tecnologia digitale.

Edoardo Di Mauro, Wunderkammer, Galleria Wunderkammer, Torino, novembre 2004


Alessandro Fabbris usa come supporti il plexiglass insieme ai fogli di acetato e carta velina dove applica stesure di violente pennellata di pittura sottile, quasi acquerellata, ottenuta dalla sovrapposizioni di oli, pastelli, pennarelli e pigmenti. Una vera e propria astrazione di colori che dimostra l’interesse dell’artista verso lo studio delle loro possibili reazioni al contatto con materiali di diversa natura. Un modo per rivalutare il senso artigianale del dipingere calato, però, nel contesto della contemporaneità più contingente.

Claudia Giraud, Variazioni sul concetto di Arte, in Corriere dell’Arte, anno X, n37, Novembre 2004


(…) Alessandro Fabbris, giovanissimo artista torinese, con alle spalle la formazione all’Albertina e al presente un promettente inizio di vicende espositive (…) parla del suo lavoro usando il termine “eroismo” e guardate che non è una esagerazione tardo romantica. C’è altroché dell’eroico a pensare una dimensione tanto impegnata del proprio operare: una dimensione che attiene all’etica del lavoro di pittore e che si sostanzia nell’assecondare le proprie utopie, a dispetto di un panorama che fa del sensazionalismo il proprio marchio di fabbrica. Utopia che definisce il dna di una scelta fatta e (per ora) coerentemente perseguita di totale fedeltà ad un’immagine di pittura pura tesa a materializzare sul supporto, per il tramite del colore, l’incanto luminoso. (…)

Renato Galbusera, introduzione mostra L’imperio della Luce, 16-28 aprile 2004, Pieve di San Pietro, Settimo Torinese (In collaborazione con la Galleria d’Arte Wunderkammer di Torino)


Se all’arte è consustanziale un’aurea domanda, una sublime necessità, essa stessa è all’origine della poetica di Alessandro Fabbris. Il giovane artista innalza il suo peana ad Apollo e il sole gli risponde in voce di folgore. Il mito è lo sfondo ultimo – o il fondamento primo – delle opere del “Ciclo della Luce”. (…) l’approccio “remoto” che l’autore conferma con le sue tele fa tremare il colossale nichilismo della contemporaneità. Getta nel luogo dell’ hic et nunc, della contingenza slegata, del desiderio e dell’angoscia il giallo, l’oro e il rosso: le passioni più vive della luce. Intime ma ferme, suadenti ma confortanti. (…)
La Luce del Fabbris non vuole - perché non può – darsi entro un limite. Non ha supporto, eccede l’esistenza delle forme in nome di una essenza tutta moderna. Moderna; ma quel che più conta: essenziale. (…)

Antonio dall’Igna, L’imperio della Luce, op. cit.


Riprendendo ogni sapore e ogni leggerezza dell’acquarello, i suoi acrilici sono sapientemente trattati in tecnica mista con l’olio per inseguire la traccia lirica di un’emozione tanto impalpabile quanto vivida ed assorta nel richiamo allusivo a tracce minime di natura e atmosfera.

Giorgio Seveso, in catalogo Premio Morlotti Imbersago, maggio 2004, Imbersago, Lecco.


L’arte di Alessandro Fabbris è da mettersi in relazione con l’espressionismo astratto americano. Le sue opere sono un fascio di luci, anzi una esaltazione di policromie luminose dove i colori ad olio cercano, in una estenuante compostezza, la bellezza e la creatività (…)

Gianfranco D’angelo, opere che si dipanano in originali suggestioni, in Corriere dell’Arte, Anno X, n18, Maggio 2004.

 


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