Alba medievale che sa di nebbia e di rugiada, il fiato dei cavalli soffia dalle narici e le froge stillano; i cavalieri ancora assonnati avanzano aggrappati al pomo delle selle mentre i palafrenieri hanno attorcigliate intorno ad una mano le briglie e nell'altra tengono la lancia del padrone. La notte è stata pesante per il piccolo drappello tedesco: tagliato fuori dal grosso dell'esercito che la comando dì sua altezza l'imperatore Barbarossa è già sceso verso la Valle Padcina, si è fermato tra queste colline a razziare quanto trova. Due giorni prima Rocca d'Arazzo, ieri Azzano, ovunque le stesse scene: i giovani nei campi o calati nelle cisterne e nelle case povere di tutto, solo vecchi, bambini e piatti di coccio; neanche l'Abbazia di San Bartolomeo ha dato il bottino sperato.Oggi si va così, alla cieca verso questo pugno di case che ha nome Mons Manido e che almeno si trovi da mangiare. Il sole intanto è completamente sorto ed incontro ai disperati tedeschi avanza da solo il Vescovo Marcello; in paese sono filati via tutti, le vacche muggiscono mentre vengono sospinte nel fitto del bosco, i sacchi di farina vengono interrati lontano dalle case, qualche moneta, ben avvolta in stracci è calata nel pozzo: verrà recuperata se e quando si potrà. Solo il Vescovo (o magari il terrorizzato parroco del paese) va a parlamentare con l'invasore.
D'improvviso un forte vento si leva e fa turbinare alta la finissima sabbia che abbonda nella zona, i cavalli dapprima si impuntano e poi si rifiutano di avanzare oltre mulinando alti gli zoccoli, i palafrenieri non riescono a farli obbedire. Un paio di cavalieri ruzzola a terrà', qualche altro che ha esagerato con il vino la sera prima (ma quanto vino si trova sempre da queste parti) e non sa fino a che punto valga la pena farsi infilzare da un forcone in un paese che i locali chiamano Montemarzo, il più anziano dà il segnale di ritirata ed il Vescovo Marcello torna indietro a dare il liberi tutti. Adesso da quelle parti ci sono solo due collinette un po' spelacchiate. Questa impietosa tosatura è, tuttavia, uno dei pochi pedaggi che Montemarzo ha pagato nella sua marcia verso il duemila, il resto è rimasto come lo hanno vissuto i più anzianì: nei pomeriggi d'estate si potrebbe ancora giocare a bocce per strada davanti alla Società come cento anni fa, tanto di macchine ne passano proprio poche. Le salite per arrivare a Monternarzo sono tanto ripide e quella del Gerbido viene chiusa alle auto d'inverno perché troppo pericolosa (chiedete a Giovanni Gerbi, Diavolo Rosso, se ancora la ricorda, nei suoi azzurri pascoli, la salita del Gerbido) e queste sono le salite che bisogna percorrere per entrare nel cuore di questo paese dove ognuno possiede un ruolo ben preciso. Fino agli anni settanta era vietato l'ingresso alle donne nella Società Cooperativa Agricola ma solamente qualche anno prima, ad ogni matrimonio, le donne avevano un momento tutto per loro della festa che celebravano con un banchetto cui gli uomini erano rigorosamente esclusí. Nel primo dopoguerra un Lord scozzese, l'ammiraglio della Royal navy Mc Cugan acquistò (o vinse al tavolo verde) la Villa, una grossa casa esattamente al centro dell'abitato ma isolata da tutto e da tutti ed immersa nel verde, portandola a livelli di splendore impensabili per quei tempi. La sua Isotta Fraschini sfrecciava per le vie del paese, la casa era riscaldata da strani radiatori ad acqua calda, il monumento ai Caduti della Grande Guerra è un suo dono; morì stroncato da un infarto in un bagno sontuoso, tutto specchi, porcellane e con l'acqua corrente (sicuramente l'unico in tutto il paese, allora) e non fece in tempo a regalare i marciapiedi lungo la via Capris. Il Lord se ne tornò via nave alle sue nebbie, non c'erano più Isotta Fraschini da scansare ed i marciapiedi rimasero il desiderio di un miliardario eccentrico; l'unico tocco di modernità continua a darlo all'ingresso dell'abitato un semaforo lampeggiante, altissimo sul suo stelo giallo canarino. Quanto sopra raccontato è la vulgata popolare del cosiddetto "miracolo di San Marcello", probabilmente la più antica memoria storica riguardante Montemarzo, sicuramente quella che tutti i montemarzesi, almeno una volta hanno ascoltato dai padri o hanno raccontato ai loro figli. La chiesetta di San Marcello ed il restringimento della provinciale che corre ai suoi piedi indicano da sempre il confine tra il territorio di Azzano e quello di Montemarzo; quando un refolo di vento si insinua tra le due collinette che bordeggíano la strada la polvere si solleva come un migliaio di anni fa, il sedime stradale innalzato ed i plurimi strati asfalto impediscono che turbini alta ma se si guarda bene controluce la possiamo ancora vedere, oggi come allora a difesa dell'abitato di Montemarzo.
I più antichi documenti che parlano di Montemarzo sono delle testimonianze indirette"; dobbiamo infatti concederci una piccola licenza storica e concludere che se nel 969 Ottone I', Imperatore del Sacro Romano Impero e Re d'Italia, concede al Vescovo Rozone di Asti tutto il territorio attorno alla città per un raggio di quattro miglia, in questa donazione verosimilmente Montemarzo era compreso. Sicuramente compreso- sarà comunque Montemarzo nel 1041 quando il dominio dei Vescovi-Conti astigiani hanno in dono i terreni che per sette miglia si estendono dall'abitato di Asti. In quegli anni Azzano è sede dell'importante Abbazia di San Bartolomeo, Rocca, da sempre estremo baluardo a difesa del Tanaro è munita di un castello, ad Annone c'è l'ospedale degli infermi e dei pellegrini, proprio sulla via Fulvia, uno dei tanti rami della via Francigena. Anche Luciano Graziano ed A-ntonella Viarengo nel loro "Conoscere Azzano" citano l'episodio del miracolo di San Marcello, datandolo ai primi di febbraio del 1155: l'imperatore Federico Barbarossa ha distrutto Asti il i' di febbraio, Azzano segue lo stesso destino due giorni dopo, Montemarzo viene inspiegabilmente risparmiata...
A questo punto giunge, nel 1158 il primo documento ufficiale in cui viene citato Montemarzo: si tratta di un elenco di paesi del contado di Asti sui quali viene estesa la giurisdizione del podestà di Asti. Vengono citati tra gli altri Aazanus (Azzano), Nanthes (Nante, borgo oramai scomparso a metà strada tra il Torrazzo e le Trincere), Castrum Gardini (Mongardino), Berengarius (Belangero), Sanctus Marcianus (San Marzanotto) e Mons Manidus (Montemarzo appunto, come anche interpreta don Bianco nella sua opera storiografica). 1158, allora, come più antica datazione sicura dell'esistenza di Montemarzo. Il Comune di Asti cresce territorialmente ed economicamente per tutto il Duecento, i banchieri si muovono da Asti per stringere contatti con tutta Europa, i mercanti astigianì li seguono e ovunque ci siano dei buoni affari da portare a termine si fanno trovare. Tuttavia, anche il libero comune di Asti conosce una sua parabola discendente e all'inizío del Trecento i Solaro da una parte ed i De Castello dall'altra iniziano una sorta di "faida" che si protrarrà fino al 1378, quando la città di Asti viene assegnata a Gian Galeazzo Visconti. Di queste lotte intestine ne farà le spese anche Montemarzo, il cui castello, in via di costruzione verrà raso al suolo nel 1317. Nel 1323 crolla il Duomo di Asti ed il Vescovo De Rosette, un francese (il papato infatti è stato trasferito ad Avignone) chiede alle chiese del contado un contributo proporzionale alle loro possibilità ed allora- la Chiesa di San Marcello in Montemarzo concorrerà per 12 lire, quella di Belangero 10 lire, quella di Mongardino 18 e l'Abbazía di San Bartolomeo dovrà versare 152 lire complessivamente. Nel 1364 vi è un momento di pace e Giovanni Il del Monferrato e Caleazzo Il Visconti di Milano concordano uno scambio di terre e feudi e Montemarzo passa dai Visconti ai Marchesi del Monferrato, successivamente alla morte di Secondotto, Marchese del Monferrato, nel 1378 Montemarzo passa ancora una volta ai Visconti di Milano. 1387, nuovo matrimonio e nuovo passaggio di mano: Valentina Visconti sposa il fratello del Re di Francia, Luigi di Orleans, portando in dote terre e castelli dell'astígiano, il 16 agosto dello stesso anno tutti i capi famiglia di Azzano sono in piazza per giurare fedeltà ai nuovi signori, davanti ad un notaio: probabilmente il 15 o il 17 agosto la stessa scena accade a Montemarzo. Segue un periodo relativamente tranquillo e di buon governo, si succedono gli Orleans e verso la metà del 1400 Spagna e Francia si affrontano sul suolo italiano; nel 1499 14.000 francesi si accampano tra Montemarzo ed Azzano, dopo aver distrutto il castello di Rocca d'Arazzo, vengono sfamati dalla popolazione e ripartano dopo aver lasciato a ricordo un buon numero di decessi per peste. Stesse scene nel 1615; questa volta sono gli spagnoli che in 20.000 cercano cibo per se e per i loro cavalli tra Rocca, Monternarzo ed Azzano. Sono truppe impegnate nella guerra di successione per il Monferrato, anche loro verranno ricordati negli archivi parrocchiali per un'impennata dei decessi per peste.


5 dicembre 1621 (Archivio Storico del Comune di Asti, faldone 561A): il Conte Maurizio Capris viene infeudato di Montemarzo da Carlo Emanuele l°di Savoia. Qualche mese prima Azzano è stata assegnata ai Capris (o Capra), potente famiglia ella corte sabauda e sempre questa famiglia si fregerà del titolo di Conti di Azzano, Montemarzo non compare pressoché mai nel loro patronimico, l'ulitmo erede dei Capris morirà senza figli nel 1772, raccoglierà il titolo una cugina che lo perderà definitivamente con l'arrivo di Napoleone in Italía e l'abolizione dei titoli nobiliari. Di questa famiglia, titolare per un secolo e mezzo del feudo di Montemarzo resta il nome nella via principale del paese ed un palazzo in Asti, Casa Capra, appunto, all'angolo tra corso Alfieri e via Mazzini. Probabilmente il passaggio di proprietà del feudo di Montemarzo ai Conti Capris fu possibile in quanto l'Abbazia di San Bartolomeo di Azzano stava ridisegnando la sua area di influenza. Abbandonate infatti chiese, cascine e terreni nei comuni di Vigliano, Montegrosso, Montaldo Scarampi, Viarigi, Calliano e nel territorio di Montemarzo, i monaci dell'abbazia si concentrano su Azzano, Castello di Annone e Portacomaro dove per altri due secoli fioriranno e si ingrandiranno i loro possedimenti. Affiancato all'atto del passaggio di proprietà troviamo un elenco dei capi famiglia che d'ora in poi pagheranno le tasse ai Conti Capris. L'elenco allegato non è perfettamente conservato ed alcuni cognomi sono scritti in maniera leggermente diversa rispetto alla dizione attuale, tuttavia tra i nomi intelleggibili possiamo riscontrare agevolmente Secondino Biamino di Henrico, Antonio Barbero, Baldassarre Loreto, Giacomino Badella, Dornenico del Forno, Rolando Vairo, Giovanni e Gio.rgino Manera, Domenico Biamino, Giacomo Biamino, Giovannino Gratiano (ora trasformato in Graziano), Secondino -Botto, Domenico Carretto, Pietrino Viarengo, Secondino Bosia. Questo elenco riporta una trentina di "capi di casa", considerando come verosimile che ogni famiglia comprendesse una quindicina di persone tra figli, nuore, nipoti e lavoranti, possiamo supporre che la comunità montemarzese fosse composta all'inizio del 1600 da un mezzo migliaio di persone. L'Archivio Storico del Comune di Astí ci soccorre ancora negli anni a seguire, riportando avvenimenti di storia minima, avvenimenti quasi sempre legati a contenziosi riguardanti tasse terreni contesi.